MANIFESTO DELLA CURA – PER UNA POLITICA DELL’INTERDIPENDENZA

MANIFESTO DELLA CURA – PER UNA POLITICA DELL’INTERDIPENDENZA

ESTRATTO DEL SEMINARIO TENUTO DA ELISABETTA ZAMARCHI, a cura di Lucia Lombardi

Premessa all’estratto

Preparandolo ho pensato che questo di oggi è il terzo passaggio di un racconto orale che passa di bocca in bocca… C’è un libro (Il Manifesto), poi c’è una filosofa (Elisabertta Zamarchi) che ne fa lezione cercando di aprire i significati contenuti nelle parole del manifesto, poi ci sono io che racconto del racconto che la filosofa ha fatto.

Al di là delle mie capacità di comunicarvi tutta l’intensità e la densità di quel seminario, quello che vale è l’azione, il rimbalzo che avviene, il passaggio da una all’altra, come avviene per le notizie importanti.

L’impegno è che i concetti di riconoscimento dell’interdipendenza che sta alla base delle relazioni, tra gli esseri viventi tutti e che il prenderci cura reciprocamente gli uni degli gli altri possa essere alla base per la vita futura diventino pensiero dominante. Ce ne dobbiamo convincere e se ne devono convincere tutti e tutte. Nel corso di quell’incontro diverse persone hanno esplicitato in modo accorato la necessità urgente di MUOVERSI, PERCHÉ NON È PIÚ IL TEMPO DI ASPETTARE; AGIRE CON I MEZZI CHE CIASCUNA/O HA E PUÒ.

Seconda premessa

In questo Manifesto, abbiamo sentito parole che ci appartengono, appartengono alla Mag, alle nostre imprese, all’ orizzonte comune nel quale ci muoviamo. Ci siamo sentiti “parenti”. Anche MAG ha un suo Manifesto, politico anche quello, che contiene diversi spunti di pratiche che potrebbero innestarsi naturalmente con le proposte di questo documento.

Il manifesto della cura, però, offre uno sguardo globale e mondiale che collega e apparenta e dà voce e gambe alle visioni e agli sforzi di tante altre realtà che si stanno interrogando ed impegnando in questo cambio di civiltà. Questo è un dato di speranza, che ci deve essere caro

L’analisi del panorama attuale è preoccupante e reale, ma conferma la scelta e l’impegno di tante e tanti di noi, nel praticare un’economia concreta, cooperativa, attenta alle relazioni.

Terza premessa

Le espressioni e le parole che ho cercato di estrarre, sono quelle usate da Betti Zamarchi durante il seminario. In quell’occasione lei ha aperto le parole del manifesto, integrandole con esempi, e legandole arricchendole con agganci al pensiero di diverse Filosofe contemporanee. Chi è interessato/a può chiedere l’intervento integrale.

Il Manifesto è un documento scritto nel 2020 e pubblicato nel 2021. Gli autori sono UN COLLETTIVO, un gruppo di studio composto da ricercatori, filosofi, accademici di diverse discipline, provenienti da diversi paesi del mondo, più femmine, alcuni maschi , che a partire dal 2017 ha cominciato a riflettere e confrontarsi sulla crisi del concetto di cura. Nel sottotitolo “per una politica dell’interdipendenza” è svelato il percorso che la riflessione del manifesto intraprende: la consapevolezza della nostra dipendenza e interdipendenza dagli altri è il primo passo per rimettere la cura al centro dell’agenda politica e sociale”.

 

Il Manifesto

Seguendo la struttura in capitoli del Manifesto, Zamarchi ha proposto la sua presentazione partendo da una lettura della situazione globale attraverso la definizione di CRISI DELLA CURA E INCURIA SOVRANA: il manifesto ci propone un concetto di cura, ad ampio spettro, perché intende la cura delle persone, la cura degli animali, la cura delle relazioni, delle cose, dell’ambiente, del clima e del pianeta. Cioè, è un’idea di cura intesa come un’altra visione del mondo, alternativa, anzi contrapposta a quella posta in essere dalle società neoliberiste del pianeta che hanno trasformato la cura in una pratica individuale o privatizzata o mercificata. In larga parte riservata solo a chi ha i mezzi per pagarsela, soprattutto quella mercificata, e che si concretizza o nella privatizzazione dei servizi e del sostegno di cura nelle famiglie, oppure nella esternalizzazione dei servizi sanitari e sociali.

INCURIA. È una parola fortissima. Viviamo nella società dell’incuria; la frase è “l’incuria regna sovrana”. Il nostro mondo è segnato, percorso dalle politiche neoliberiste, dall’imperativo della performatività a tutti i costi (la performatività è il contrario della cura, perché è individualismo sfrenato) e dall’odio per il diverso, che è prima di tutto un odio ideologico, prima ancora che relazionale.

L’incuria è arrivata a strutturare ed a impossessarsi di tutti gli aspetti della vita come conseguenza alla crescita economica spinta, che è una pratica diametralmente e intrinsecamente opposta alla cura. Questo modello di crescita economica è diventata prioritaria rispetto al benessere collettivo, al benessere del cittadino, come conseguenza che l’incuria si è diffusa a vari livelli della vita sociale, tanto da diventare un dato endemico che viene normalizzato con l’espressione “danni collaterali” che fa trend in questo nostro mondo. Danni collaterali rispetto alle politiche dettate dal mercato.

La crisi della cura è data da questo, sul piano della concretezza pratica, della concretezza economica. la ragione teorica, a monte: l’idea che la cura sia questione esclusivamente individuale. Da dove deriva quest’idea? Deriva dal rifiuto di riconoscere le nostre vulnerabilità, di soggetti, uomini e donne che sono comuni e interconnesse. E questa convinzione diffusa ha creato un clima di cinismo e di indifferenza (i fragili sono più “sfigati”, gli altri sono non tangibili dalle miserie della vita) e quindi ha creato un clima di sospetto, cinismo e indifferenza, soprattutto nei confronti di quelle persone che dipendono dal welfare.

Un mondo così privo di cura sia a livello pratico che a livello teorico (perché l’incuria è teorica qui) crea condizioni fertili per società che sono incuranti, che basano il loro senso di identità sull’esclusione o addirittura sull’odio, come vediamo in questi giorni.

In tempi di ascesa di populismi di estrema destra, e di incertezza in un mondo post-pandemico l’idea di cura è stata ristretta al punto da significare cura e interesse solo verso chi è come noi; peccato che i confini del noi, in questa globalità si siano enormemente dilatati. Allora di fatto cosa succede: che ci si cura soltanto di chi appartiene soltanto alla nostra stretta nicchia di vita. Ormai le strategie messe in atto per affrontare il problema della cura sono chiaramente insufficienti: è insufficiente il ricorso alla famiglia nucleare perché non ce la fa, che non può essere presupposta come unità di base della cura perché le donne lavorano.

Per rovesciare questo stato di incuria sovrana, il manifesto fonda una diversa visione della società basata su un modello di cura universale che richiede un cambio di paradigma. Cosa significa? Significa che la cura in tutte le sue manifestazioni è la priorità in ogni sfera: è la priorità nei legami più stretti, è la priorità nelle comunità, fino ad arrivare agli stati e all’intero pianeta.

Invece il manifesto propone una visione forte, in cui si promuove una società dove la cura sia al centro di ogni aspetto della vita: non il fare soldi, non l’avere successo, non l’essere performanti, ma la cura al centro di ogni aspetto della vita, e dove tutti e tutte siano responsabili del prendersi cura di, sia a livello quotidiano, sia come sostegno necessario per le comunità e il mondo. Ovviamente questo vuol dire qualchecosa a livello politico: vuol dire chiedere a livello politico che sia data centralità agli strumenti sociali e istituzionali che consentano di potenziare le capacità di cura reciproca. Ma questa visione, e qui è il punto nodale, non promuova soltanto una politica tanto ambiziosa quanto urgente ma apre una rivoluzione a livello simbolico, cioè un cambio di paradigma nell’idea di società. Paradigma, cioè di modello, di categorizzazione.

Il modello attuale prevede una società basata sull’iniziativa individuale, regolata solo dal mercato e dalla potenza delle immagini vincenti. Però negli ultimi anni, noi abbiamo assistito ad un ulteriore specificità di questo paradigma, ovvero, che l’idea di uguaglianza e dei diritti, riguardino solo chi è come noi, per razza, per ideologia, per religione. Da un lato il paradigma dominante sono i soldi, il benessere, l’immagine, il successo individuale e a fianco di questo, il paradigma dominante di queste società è anche il benessere riguarda quelli che sono come noi per ideologia, per religione per vicinanza. In entrambi i versanti, c’è un

nodo comune, il paradigma si regge o sulla singolarità o degli individui, di ogni soggetto che sia esso un individuo che sia esso un popolo, la singolarità atomistica, irrelata. Il paradigma si regge sulla concezione che la società sia fatta da individui singolari o soggetti singolari, siano essi individui o popoli.

Questo avanzamento ha svuotato di significato le parole cura e giustizia. In manifesto introduce il concetto di cura promiscua.

Quale proposta concreta di cura viene avanzata nel manifesto? Si dice, bisogna sperimentare reti e legami di cura capaci di espandersi oltre le relazioni famigliari, delle famiglie nucleari e allargando quindi i confini del noi; sviluppando strutture di parentela alternativa, unite non solo da legami di sangue o per caratteristiche biologiche. L’espressione è stata presa da quelle comunità che negli anni ‘80, ’90 si erano formate negli Stati uniti nella lotta all’AIDS.

Questa nuova pratica della cura, nel manifesto viene chiamata cura promiscua, perché non distingue se tu sei mio parente o no, bianco o nero o giallo, mussulmano o cattolico o ortodosso…è promiscua, si pone fuori dai consessi famigliari, dalle logiche del mercato e fa riferimento al modello delle famiglie per scelta.

Promuovere un’etica di cura promiscua è nuovamente un gesto simbolico come quello del cambio di paradigma. Due sono i gesti simbolici di questo manifesto: quello di cambio di paradigma della cura anziché il paradigma della crescita individuale ed economico a tutti i costi, il paradigma della cura promiscua, cioè del prendersi cura oltre le parentele più immediate. Questo vuol dire sostenere l’idea di una società che sia basata su un ethos di apertura; invece, questa è una società che tende a chiudere; un ethos che ridefinisce le nostre più intime relazioni. Questo ethos potrebbe, portare anche una rivoluzione psichica e servire a ricostruire questa nostra società che è assolutamente disgregata, tanto da essere divenuta disumana.

Ovviamente il Collettivo non parla solo di rivoluzione psichica, fa leva su quattro elementi fondamentali: il mutuo soccorso (ecco qui la Mag), lo spazio pubblico, la condivisione di risorse e la democrazia di prossimità e richiede anche il supporto dello Stato, cioè, richiede risorse materiali, società equamente distribuite ecc.

Potrebbe apparire una istanza politica del tutto utopica, visto l’atomismo individualista che sorregge il mondo attuale, ma al di là dell’utopia, la proposta muove da una disincantata visione della realtà. Cioè, l’etica che ispira il manifesto fa infatti apparire il danno strutturale che le deviazioni neoliberiste hanno eluso ovvero che tutti gli esseri viventi umani e non umani sono connessi gli uni agli altri e ognuno, ognuna di noi dipende da sistemi di relazioni organiche e inorganiche che consentono la vita in tutto il pianeta.

La fantasia del soggetto sovrano, cioè la fantasia di un controllo assoluto, di un’impossibile padronanza, continua a nutrire un certo orizzonte, però c’è un problema: che questa fantasia del soggetto sovrano ci sta portando verso il declino del pianeta, e soprattutto non mette in atto alcuna trasformazione storica sul piano collettivo, perché è inerme; non vi sono trasformazioni possibili, ma solo la probabile degenerazione dell’umano, cosa a cui stiamo assistendo.

Il manifesto declina questo cambio di significato simbolico della cura ,in politiche che gli Stati devono attuare per passare dallo STATO SOCIALE ALLO STATO DI CURA.

Nuovi modelli nei quali il prendersi cura non guardi più le separazioni di nazionalità, di sesso, di abilità varie Un’economia della cura andrebbe in pratica, intesa come ciò che ci permette di prenderci cura dell’altro.

Elisabetta Zamarchi ha così concluso la sua lettura del manifesto: “Questo manifesto ha in sé una grande valenza simbolica per la metamorfosi che propone; invita ad un cambiamento della forma, nel modo di considerare la convivenza nel pianeta. Bisogna fare tesoro di questa istanza, affinché ognuno ed ognuna di noi, nel contesto in cui opera, porti avanti questo paradigma dell’interdipendenza, contro l’incuria sovrana e con l’idea di cura come modello universale.”

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