Il “Manifesto della Cura”

Il “Manifesto della Cura”

Report del seminario del 20/10/2023 presso la Casa Comune Mag di lettura del testo “Manifesto della Cura – per una politica dell’interdipendenza” di The Care Collective.

Loredana Aldegheri:

Vi ringrazio particolarmente di essere qui oggi perché, questa per la Mag, è una giornata che consideriamo molto. Certo qualcuno prima diceva “tutti i giorni sono importanti”, si è vero…però quello che vogliamo oggi tematizzare, discutere, riflettere e soprattutto rilanciare è una direzione più potente che parte dalla cura, di cui tutti noi ci siamo giovati nella crescita; abbiamo avuto cure dalle madri o da chi per esse; non sempre forse abbiamo rielaborato, anzi forse a volte abbiamo recriminato su quanto ricevuto; nel contempo, essendo qui persone di una certa età, ora ci prodighiamo a curare altri e altre. Infatti qui presenti stasera ci sono persone che ogni giorno curano bambini, curano anziani, disabili, migranti, ma c’è anche chi cura la terra, chi cura luoghi abbandonati, quartieri degradati per renderli più vivibili, ma anche chi tiene i conti per rendere più solide le imprese, affinché non traballino, quindi il lavoro di cura ha uno spettro molto grande. Riconoscerlo vuole dire comprendere anche la ricchezza di tutto quanto viene fatto. Uso la parola “fatto” per dire che, quando si parla di cura, spesso, si pensa a qualcosa che si fa, nella concretezza; ma quello che vogliamo oggi, nel fare il passo avanti, è il mettere in parola…ovvero tenere il fare unito al pensare… l’obiettivo per noi sarebbe: l’iscrizione simbolica della cura, affinché possa essere un principio ordinatore per lo sviluppo integrale umano e ambientale. Quindi, sappiamo che la cura è un insieme di azioni che nella storia sono state per lo più relegate alle donne e spesso alle donne povere (pensiamo anche alle badanti ecc.). L’operazione politica che a noi interessa, è quella suggerita anche da questo opuscolo, che prendiamo come pretesto per questo inizio di discussione. Precisamente si chiama “Manifesto della cura, per una politica dell’interdipendenza”. E’ un opuscolo scritto da ricercatrici/tori londinesi, che vengono da varie parti del mondo e che hanno lanciato questa sfida culturale e politica ovvero che la cura sia una politica dell’interdipendenza, tra umani, ovviamente tra generazioni, ma anche con le cose del mondo, l’ambiente, ecc.

Noi lo facciamo stasera con Elisabetta Zamarchi, una filosofa di prima grandezza, counselor, amica della Mag, che ci aiuta soprattutto nell’avvio di nuove imprese; ci aiuta ponendo le domande giuste, alle persone che vogliono intraprendere, affinché si diano risposte coerenti, con il loro desiderio soggettivo.

Io mi fermo qui, cedo la parola a Betti, con questa consapevolezza di fare una ricerca insieme che inizia oggi e che può proseguire con l’apporto di tutte e tutti.

 

Elisabetta Zamarchi:

Come ha detto Loredana lo spunto per questo nostro incontro è questo manifesto che ha come sottotitolo “per una politica dell’interdipendenza”. Il manifesto è scritto da un collettivo fondato nel 2017, denominato Care collettive (collettivo per la cura), che pubblica il manifesto tra il ’20 e il ’21, nel corso della pandemia. Il collettivo è londinese ma le cinque persone che lo compongono vengono da varie parti del mondo, dalla Grecia, dagli Stati Uniti, dall’Australia: sono due uomini e tre donne, accademici o ricercatori, filosofi, qualcuno è un industriale e hanno creato questo collettivo per affrontare il problema della cura nel mondo contemporaneo.

Io trarrò spunto da alcune frasi fondamentali, che compaiono in questo manifesto e dividerò questa comunicazione con voi in quattro piccoli quadri.

Il primo quadro si intitola CRISI DELLA CURA E INCURIA SOVRANA.

L’intento politico del manifesto è palese, si sintetizza da subito, in una frase che compendia il tutto:” la consapevolezza della nostra dipendenza e interdipendenza dagli altri è il primo passo per rimettere la cura al centro dell’agenda politica e sociale”. Ora questo sembra scontato, ma non è scontato affatto, perché le tragiche vicende del nostro periodo, del nostro presente, in particolare quelle recentissime di ottobre in Medio Oriente, rendono questa affermazione quantomai tristemente attuale: si evidenzia come siamo tutti co-dipendenti ad altri e che non esiste possibilità di muoversi se non nella considerazione dell’interdipendenza.

Il manifesto ci propone così un concetto di cura ad ampio spettro, che comprende la cura delle persone, la cura degli animali, la cura delle relazioni, delle cose, dell’ambiente, del clima e del pianeta. Cioè è un’idea di cura intesa come una visione del mondo alternativa, anzi contrapposta a quella posta in essere dalle società neoliberiste del pianeta che hanno trasformato la cura in una pratica individuale o privatizzata o mercificata, in larga parte riservata solo a chi ha i mezzi per pagarsela e che si concretizza o nella privatizzazione dei servizi e del sostegno di cura nelle famiglie, oppure nella esternalizzazione dei servizi sanitari e sociali.

Noi tutti e tutte sappiamo che la pandemia ha messo in luce drammaticamente le contraddizioni del sistema. Le contraddizioni di una società apparentemente aperta e libertaria per tutti, che in realtà è attraversata verticalmente e longitudinalmente e latitudinalmente da disuguaglianze enormi; gli effetti di tali pratiche sociali si pagano ancora oggi a quasi tre anni di distanza. Basta vedere le conseguenze in Italia, ove è evidente la disintegrazione del sistema sanitario pubblico, per mancanza di investimenti, per turni massacranti perché non c’è sufficiente personale e un numero di addetti sproporzionato alla domanda.

Ed ecco che compare in questo documento la parola forte che ho già annunciato: INCURIA. E’ una parola fortissima, che denuncia come questa sia la società dell’incuria; “l’incuria regna sovrana” nel nostro mondo segnato, percorso dalle politiche neoliberiste dall’imperativo della performatività a tutti i costi ( la performatività è il contrario della cura, perché è individualismo sfrenato)e dall’odio per il diverso, che è prima di tutto un odio ideologico, prima ancora che relazionale.

Allora entriamo nel merito della riflessione che qui viene posta, e che io propongo a voi, pe poi discutere insieme, della crisi della cura.

In cosa consiste la crisi della cura? Perché l’incuria è arrivata a strutturare ed a impossessarsi di tutti gli aspetti della vita?

Prima di tutto, perché la crescita economica spinta, una pratica diametralmente e intrinsecamente opposta alla cura, è diventata prioritaria rispetto al benessere collettivo, al benessere del cittadino. La conseguenza è che l’incuria si è diffusa a vari livelli della vita sociale, tanto da diventare un male endemico, normalizzato con l’espressione “danni collaterali” che fa trend in questo nostro mondo. Danni collaterali rispetto alle politiche dettate dal mercato.

La crisi della cura è data da questo, sul piano della concretezza pratica, ovvero della concretezza economica.

Ma poiché stiamo facendo una disamina piuttosto sottile, non ci bastano i dati dell’evidenza economica; c’è una ragione teorica a monte che giustifica lo stato di incuria sovrana, che è riportata nel manifesto. qual è la ragione teorica, a monte? l’idea che la cura sia questione esclusivamente individuale. Da dove deriva quest’idea? Deriva dal rifiuto di riconoscere le nostre vulnerabilità, di soggetti, uomini e donne, vulnerabilità comuni e interconnesse. La convinzione che la cura sia un fatto meramente individuale ha creato un clima di cinismo e di indifferenza (i fragili sono più “sfigati”, gli altri sono non tangibili dalle miserie della vita) e quindi ha creato un clima di sospetto, cinismo e indifferenza, soprattutto nei confronti di quelle persone che dipendono dal welfare, che regolarmente sono accusate di preferire la disoccupazione o la dipendenza dai sussidi statali ( vedi ciò che è successo appena insediato il governo Meloni con il reddito di cittadinanza).

Un mondo così privo di cura sia a livello pratico che a livello teorico (perché l’incuria in questo caso è teorica) crea condizioni fertili per società che sono incuranti, che basano il loro senso di identità sull’esclusione o addirittura sull’odio, come vediamo in questi giorni.

In tempi di ascesa di populismi di estrema destra, e di incertezza in un mondo post-pandemico l’idea di cura è stata ristretta al punto da significare cura e interesse solo verso chi è come noi. Ma i confini del noi, in questa globalità si sono enormemente dilatati. Allora di fatto cosa succede: che ci si cura soltanto di chi appartiene alla nostra stretta nicchia di vita. Ormai le strategie messe in atto per affrontare il problema della cura sono chiaramente insufficienti: è insufficiente il ricorso alla famiglia nucleare che non può essere presupposta come unità di base della cura perché le donne lavorano, perché c’è un ritmo di vita particolarmente fagocitante, ed è addirittura insufficiente la strategia dell’esternalizzazione dei servizi di cura per gli anziani e per i più piccoli: voi sapete che sono nate centinaia di agenzie, sul mercato, a cui sono affidati a pagamento i servizi di cura ( vedi badanti). In questa situazione cosa succede? Che le donne, quasi sempre, finiscono per essere caricate dei servizi di cura che siano pagati o meno.

Questo era il primo punto come dicevo; la prima parte del manifesto: crisi della cura e incuria sovrana. Il secondo quadro è L’IDEA DI CURA, UN CAMBIO DI PARADIGMA

Questa proposizione fa apparire il tessuto concettualmente forte del manifesto. Per rovesciare questo stato di incuria sovrana, il manifesto propone una diversa visione della società basata su un modello di cura universale. Cosa significa? Significa che la cura in tutte le sue manifestazioni deve divenire la priorità in ogni sfera: priorità nei legami più stretti, priorità nelle comunità, fino ad arrivare agli stati e all’intero pianeta Ora voi capite, guardiamo l’oggi. Forse nei legami più stretti c’è la cura, ma di certo non si estende oltre a essi.

Invece il manifesto propone una visione forte, una società dove la cura sia al centro di ogni aspetto della vita: non il fare soldi, non l’avere successo, non l’essere performanti, ma la cura al centro della vita individuale e collettiva e dove tutti e tutte siano responsabili del prendersi cura di, sia a livello quotidiano, sia come sostegno necessario per le comunità e il mondo. Ovviamente questo significa pretendere qualche cosa a livello politico: vuol dire chiedere a livello politico che sia data centralità agli strumenti sociali e istituzionali che consentano di potenziare le capacità di cura reciproca. Ma questa visione, e qui è il punto nodale, non promuove soltanto una politica tanto ambiziosa quanto urgente ma apre una rivoluzione a livello simbolico, cioè un cambio di paradigma nell’idea di società. Paradigma, cioè cambio di modello, di categorizzazione.

Qual è il paradigma oggi dominante nella nostra società, il modello dominante in particolare negli ultimi quarant’anni? E’ l’idea di una società basata sull’iniziativa individuale, sull’espansione dell’individuo, regolata solo dal mercato e dalla potenza delle immagini vincenti (vedi diffusione social network e la presa che hanno sui ragazzi). Questo da un lato. Da un altro lato però negli ultimi anni, noi abbiamo assistito ad un ulteriore specificità di questo paradigma, ovvero, che l’idea di uguaglianza e dei diritti, riguardino solo chi è come noi, per razza, per ideologia, per religione.

Da un lato il paradigma dominante sono i soldi, il benessere, l’immagine, il successo individuale e a fianco di questo, il paradigma dominante di queste società è che il benessere riguarda quelli che sono come noi per ideologia, per religione per vicinanza. In entrambi i versanti, c’è un nodo comune: il paradigma si regge o sulla singolarità o degli individui, di ogni soggetto che sia esso un individuo che sia esso un popolo, la singolarità atomistica, irrelata. Il paradigma si regge sulla concezione che la società sia fatta da individui singolari o soggetti singolari, siano essi individui o popoli.

Chiaramente voi capite che questo paradigma, con le sue due pericolose declinazioni ha reso completamente vuoti di significato i concetti di cura e giustizia. È evidente il fatto che in un presente dove prevalgono l’ingiustizia e l’incuria dell’umano, le parole cura e giustizia non hanno più alcun significato. Sono parole disarmate.

Andiamo ad aprire le parole CURA e GIUSTIZIA, cosa stanno a dire, cosa designano, a integrazione del Manifesto.

I termini cura e giustizia designano la fragilità dell’essere umano. La fragilità umana che viene dall’essere esposti a quelli che filosoficamente vengono chiamati gli “urti dell’esperienza”. Gli urti dell’esperienza ormai ci arrivano da tutte le parti, un po’ con le catastrofi naturali, le alluvioni, un po’ con le guerre, un po’ con le pandemie, un po’ con gli assassinii, gli omicidi, i femminicidi…

Questi sono gli urti dell’esperienza: quando l’esperienza entra nella tua vita e la urta, la disgrega.

Allora, i termini cura e giustizia, designano la fragilità degli esseri umani esposti agli urti dell’esperienza e la necessità di ripararsi da essi assumendo la vulnerabilità non come una mancanza ma come una risorsa.

La vulnerabilità è una risorsa, perché ti mette in condizione di cercare e di vedere.

Invece la retorica della comunicazione odierna sembra non avere fatto i conti con” la morte della fantasia del soggetto sovrano”. Queste sono parole di Judith Butler (filosofa femminista che insegna a Berkeley). La cito: “la fantasia del soggetto sovrano, cos’è”? È la fantasia di un controllo assoluto, di un’impossibile padronanza. Questa società non fa i conti con la morte di questa fantasia, che in realtà è la morte di quello che non si è mai posseduto, perché non si è mai potuto essere soggetti sovrani (la pandemia ha mostrato che i soggetti sovrani non esistono di fronte a una zoonosi): la pandemia è stata l’esempio più eclatante di zoonosi, di qualche cosa che investe la vita dell’intero pianeta. Per cui neanche la natura si salva.

Allora, Butler aggiunge: “i drammi del ventunesimo secolo, non hanno scalfito l’idea del soggetto sovrano”.

Non entra l’idea, nelle nostre società, che non c’è formazione del sé, se non a partire da una intrusione originaria da parte dell’altro. D’altra parte, noi da dove veniamo? Il di ognuno di noi, nel momento in cui è venuto alla luce dal ventre di sua madre, per forza, immediatamente, si è formato attraverso l’intrusione dell’altro ( la famiglia, la società, la cultura). Impariamo a parlare per l’intrusione dell’altro, perché altrimenti non sapremmo parlare. Questo evitamento concettuale ha reso le parole cura e giustizia vuote, che significa retoriche. E, se non si considera, per usare ancora le parole della Butler, l’intrusione dell’altro, inteso, ribadisco come altro sia umano, relazionale, familiare, che altro naturale (la pandemia, le alluvioni…) sociale, economico e politico. Se non si assume questo come dato originario per la costruzione del sé, allora, non è solo la questione della morte della fantasia del soggetto sovrano…

Ha scritto Elena Pulcini, una filosofa italiana morta di covid due anni fa, che così nascono le patologie “dell’uomo faber”, l’uomo prometeico: il sintomo principale di queste patologie è lo scollamento tra l’agire e le conseguenze del proprio agire.

Si potrebbe aggiungere qualcosa più terra terra, cioè un dato più immediato: l’interdipendenza e la cura continuano a essere svalutate, nella vita di tutte e di tutti perché il nord del mondo (noi, l’Europa civilizzata, gli Stati Uniti..) ha storicamente attribuito una straordinaria importanza all’autonomia, all’indipendenza connotate al maschile. In effetti le nozioni di autonomia e indipendenza senza restrizioni restano un simbolo di virilità, sempre in un certo tipo di immaginario, tanto da portare all’efferatezza dei femminicidi, che peraltro rivelano l’inconsistenza di quella virile indipendenza.

Allora, cosa vuol dire cambiare paradigma? Cambiare modello, quindi prendere il paradigma della cura al posto del modello del successo individuale e del benessere a tutti i costi e muoversi in un’ottica politica di cura universale, vuol dire ammettere la nostra reciproca interdipendenza. Affermare che la cura è una capacità sociale e assicurare una redistribuzione egualitaria per i ruoli di cura, superando l’idea che si tratti di un ruolo improduttivo o tipicamente femminile.

Entriamo ancora più a fondo nel discorso della cura, facciamo un’indagine filosofica sulla cura: si rivela che il curare risponde a tre modi dalla necessità dell’essere umano: la necessità è l’ananke greca (è così e nient’altro che così. La morte è una necessità). Una necessità ontologica (che appartiene all’essere, la necessità vitale di continuare ad essere): se quando noi siamo usciti dal grembo di nostra madre, qualcuno non si fosse preso cura di noi, non saremmo qui a guardarci e a parlare. La seconda necessità è necessità etica, cioè di esserci con un certo senso, una certa significazione. La terza è una necessità terapeutica, per riparare l’essere quando è malato, quando è solo, abbandonato ecc. ecc. Questa espressione “modi della necessità” viene da un’altra filosofa italiana, di Mantova che insegna a Verona, Luigina Mortari. L’espressione è sua e l’ho presa da un libro che è “Pratica dell’aver cura”.

Questa espressione designa le connotazioni esistenziali di ognuno di noi, cioè, mostra delle condizioni della vita umana per cui nessuno può fare a meno della cura. La cura è qualcosa di inaggirabile.

Considerare la cura come un aspetto fondamentale della vita umana significa guardare alle persone non come esseri pienamente autonomi, ma come esseri che fin da subito subiscono (come diceva Butler) l’intrusione originaria dell’altro, e significa anche respingere l’idea che la cura sia una modalità essenzialmente femminile. Cito il nome di un’altra donna, una politologa americana: Joan Tronto, una teorica politica che nel 2006 scrive un libro sulla cura nel quale articola i concetti di cura, distinguendo la cura come: “prendersi cura di “che si riferisce agli aspetti più concreti della cura (bambini, i malati, gli anziani..), “interessarsi di..” che descrive il nostro investimento emotivo e attaccamento agli altri , la terza è “prendersi cura con” , con cui si intende come ci mobilitiamo sul piano politico per trasformare il mondo. Io lavoro spesso con Mag, perché condivido con loro questo aspetto della cura che mettono in atto e che è “caring with”: chi lavora in Mag si mobilita sul piano politico e sociale per trasformare il mondo. Queste distinzioni di Joan Tronto fanno apparire piani diversi del concetto e della pratica di avere cura e la aprono a forbice.

Aprire a forbice vuol dire andare concettualmente da ciò che è più vicino al più lontano. Aprono a forbice il concetto di cura nello spazio e nel tempo delle nostre vite. Perché? Il primo piano è quello immediatamente interpersonale della cura dei bambini, dei vecchi, sia nello spazio che nel tempo. Poi l’idea di cura viene aperta con il secondo concetto al piano più vasto dei legami affettivi, perché noi non abbiamo solo legami affettivi con quelli strettamente famigliari di sangue, abbiamo legami affettivi ben più vasti. Il terzo poi viene esteso da Tronto, il caring with all’impegno nello spazio e nel tempo in cui si sta. Quello che fa Mag. Impegno nello spazio e nel tempo, dalla comunità locale, via, estesa.

Queste distinzioni sono molto interessanti perché mostrano come il concetto di cura, abbia in sé un’ambivalenza: la parola “care” deriva dall’inglese antico “caru” che significa preoccupazione, ansia, angoscia lutto turbamento. Allora che cosa appare nel concetto di cura? Il doppio significato, cioè, occuparsi dei bisogni degli altri e delle vulnerabilità di altri, di qualsiasi forma di vita, e quindi entrare in rapporto con la fragilità degli altri, ti fa interrogare sulla tua fragilità, entri in relazione con la tua fragilità. E’ al tempo stesso stimolante, ma anche faticosa. Penso che sia chiaro che in ogni esperienza di cura emergono le nostre fragilità fisiche e psichiche. Questo significa che le nostre pratiche di cura sono segnate da emozioni positive e negative al tempo stesso e parlare di cura universale, come fa il manifesto vuol dire riconoscere la criticità della nostra interdipendenza. Perché l’interdipendenza ha proprio una ambivalenza. Nel curarmi dell’altra o dell’altro appare la mia dipendenza da un legame che sia esso affettivo, sociale, economico. Il riconoscere i bisogni che la relazione di cura fa emergere è un’assunzione di consapevolezza. Difatti il manifesto fa un’altra asserzione pregnante cioè che la società della cura universale che si vuole costruire, che il collettivo promuove, si basa su strutture psichiche, perché la rivoluzione deve per prima avvenire a livello simbolico, cioè a livello della psiche, ovviamente questo richiede anche infrastrutture sociali, di certo non basta la strutturazione psichica.

Terzo quadro: il titolo che ho scelto, prendendolo dal manifesto è LA CURA PROMISCUA

Quale proposta concreta di cura viene avanzata nel manifesto? Si dice, bisogna sperimentare reti e legami di cura capaci di espandersi oltre le relazioni famigliari, delle famiglie nucleari e allargando quindi i confini del noi; sviluppando strutture di parentela alternativa, unite non solo da legami di sangue o per caratteristiche biologiche. L’espressione è stata presa da quelle comunità che negli anni ‘80, ’90 si erano formate negli Stati Uniti nella lotta all’AIDS, o quelle organizzate per la cura condivisa dei bambini e delle bambine negli anni ’70. Questa nuova pratica della cura, nel manifesto viene chiamata cura promiscua, perché non distingue se tu sei mio parente o no, bianco o nero o giallo, mussulmano o cattolico o ortodosso…è promiscua, si pone fuori dai consessi famigliari, dalle logiche del mercato e fa riferimento al modello delle famiglie per scelta, modello introdotto negli anni ’70 dai movimenti Lgbt.

La cura promiscua è una cura indiscriminata, non fa discrimine. A questo punto dobbiamo fare un’ulteriore riflessione, perché non possiamo accontentarci delle parole, le parole vanno aperte. Allora, vi è in tutti i soggetti umani l’attitudine a stare in relazione, questo è intuitivamente evidente, ma in questa epoca , nella post-modernità non c’è nessuna etica delle relazioni; anzi l’input mediatico ed economico della valorizzazione di sé e della propria immagine è psichicamente invasivo al punto tale che disattiva anche le abilità delle relazioni elementari.

Io opero come consulente di docenti di scuola media che hanno dei problemi gravissimi, visto che c’è ormai l’incapacità di riconoscere l’autorevolezza di qualcuno, perché questo non si dà più neanche nei confronti dei genitori, ma soprattutto manca la capacità di tessere delle relazioni che non siano strettamente strumentali o che non siano strettamente virtuali. C’è una dipendenza patologica dai social, in particolare da Instagram e da tik tok.

Il bisogno di riconoscimento è strutturale all’essere di ognuno e ognuna. Oggi il riconoscimento viene dai follower e dai like che vengono messi ogni volta che si pubblica una storia o una foto. Promuovere un’etica di cura promiscua è nuovamente un gesto simbolico come quello del cambio di paradigma. Due sono i gesti simbolici di questo manifesto: quello di cambio di paradigma della cura anziché il paradigma della crescita individuale ed economico a tutti i costi, il paradigma della cura promiscua, cioè del prendersi cura oltre le parentele più immediate. Questo vuol dire sostenere l’idea di una società che sia basata su un ethos di apertura; un ethos che ridefinisce le nostre più intime relazioni. Questo ethos potrebbe costituire anche una rivoluzione psichica, servire a ricostruire questa nostra società che è assolutamente disgregata, tanto da essere divenuta disumana (gli eventi recenti mostrano un livello di disumanità diffuso). Ovviamente il Collettive non parla solo di rivoluzione psichica, fa leva su quattro elementi fondamentali: il mutuo soccorso (ecco qui la Mag e lo spazio loro) lo spazio pubblico, la condivisione di risorse e la democrazia di prossimità e richiede anche il supporto dello stato, cioè richiede risorse materiali, società equamente distribuite ecc.

Mi direte: “Oggi con uno stato come quello che abbiamo?”

Potrebbe apparire una istanza politica del tutto utopica, visto l’atomismo individualista che sorregge il mondo attuale, ma vorrei farvi riflettere sul fatto che al di là dell’utopia, la proposta muove da una disincantata visione della realtà. Cioè, l’etica che ispira il manifesto non fa infatti apparire che cosa? Il danno strutturale che le deviazioni neoliberiste hanno eluso ovvero che tutti gli esseri viventi umani e non umani sono connessi gli uni agli altri e che ognuno, ognuna di noi dipende da sistemi di relazioni organiche e inorganiche che consentono la vita in tutto il pianeta. C’è un libro di quattro cinque anni fa di cui ho fatto la recensione, di Donna Haraway che si intitola “Chthulucene”, che sostiene questo: il sistema di interconnessione che c’è tra organico e inorganico, tra umano e non umano e non è possibile rompere questo sistema. Non esiste un essere umano per cui questo non sia vero. Come sappiamo anche da moltissimi filosofi della interdipendenza soggettiva, tra questi il manifesto cita Emanuel Levinas, il quale in “Totalità e infinito” dice “siamo eticamente obbligati a prenderci cura dell’altro perché il sé si costruisce solo attraverso la relazione con esso”.

Credo sia abbastanza chiaro che a questo manifesto è sottesa una visione femminista, queer, antirazzista… questa è la cura universale nel senso che non si possono fare discriminazioni.

Potrebbe di nuovo apparire un’istanza utopica, visto che la fantasia del soggetto sovrano, come diceva Butler continua a nutrire un certo orizzonte, però c’è un problema: questa fantasia del soggetto sovrano ci sta portando verso il declino e soprattutto non mette in atto alcuna trasformazione storica sul piano collettivo, niente, perché è inerme; non vi sono trasformazioni possibili, ma solo la probabile degenerazione dell’umano, cosa a cui stiamo assistendo.

Questa è una mia provocazione, se ci svegliassimo improvvisamente e assumessimo una consapevolezza (qui siamo in abbastanza e tutti capaci di pensare e agire) del declino del soggetto sovrano e andassimo a mostrare in giro questa cosa, allora, questo potrebbe aprire a una nuova logica di identificazione, alla ricerca di una nuova forma di identità storica, a un processo di risoggettivazione: il che vuol dire ripensare cosa significa essere soggetti di parole e di azioni. Comprendere che io non sono soggetto perché posso farmi da sola, no, sono un soggetto che deve essere responsabile delle proprie azioni e delle proprie parole, con la riappropriazione della funzione del pensiero. La funzione del pensiero, adesso, sembra andata in totale disuso. Io non sono catastrofista, anzi ho l’idea che tutto sia possibile, ci credo nel domani e credo anche che ci sia molto spesso una diseducazione totale delle menti, ma che le menti possono essere rieducate e riaperte. Soltanto con la riappropriazione consapevole della funzione del pensiero Maria Zambrano, un’altra filosofa diceva “solo il pensiero permette di prestare attenzione a ciò che cambia”, solo il pensiero, a vedere il cambiamento e a vederci mentre ci muoviamo. A me sembra che questo manifesto si collochi proprio in questa congiuntura simbolica.

Ultimo quadro, DALLO STATO SOCIALE ALLO STATO DI CURA

Ci sono degli esempi di cura in pratica in cui si dice “lo stato sociale, l’welfare, dovrebbe convertirsi in uno stato di cura volto alla realizzazione di progetti sia orizzontali che di comunità, in cui il prendersi cura non guardi più le separazioni di nazionalità, di sesso, di abilità varie”. Un’economia della cura andrebbe in pratica intesa come ciò che ci permette di prenderci cura dell’altro; dallo stato sociale allo stato di cura. Io ridico per la terza volta questa cosa: in questo manifesto trovate delle idee estremamente significative sul piano simbolico, sul cambio di paradigma e l’introduzione dell’idea di cura promiscua. Chiaramente quando fa riferimento alle risorse che gli stati dovrebbero mobilitare, che si dovrebbe richiedere sembra un’utopia, perché sappiamo che attualmente si sta andando in tutt’altra direzione; ma gli eventi più recenti, a partire da quelli del 7 ottobre, vanno evidenziando questo crescendo di violenza che non è solo la guerra di Palestina o la guerra dell’Ucraina, la violenza è ormai nel tessuto relazionale della nostra società: per risolvere i problemi della convivenza , sia tra vicini che la convivenza globale, si risolve con la violenza. L’incuria e il dilagare dell’ingiustizia sono le cifre della nostra quotidianità attuale. Alla luce di tutto questo io credo che questo manifesto abbia una grande valenza simbolica, per la metamorfosi che propone (c’è differenza tra metamorfosi e cambiamento. La metamorfosi è proprio una modificazione di forma) nel modo di considerare la convivenza nel pianeta. Il crescendo di violenza, a cui stiamo assistendo, come testimoni inermi, è anche determinato dalla malattia ideologica dilagante. Questa espressione l’ho sentita dire da Federico Rampini, noto giornalista.

Malattia che nessuna integrazione è riuscita a curare, ammesso che si siano fatte effettive e valide politiche di integrazione (guardate in Belgio, in Francia cosa succede).

A me sembra, questa è la mia opinione, che la proposta di cambio di paradigma, sia l’unica alternativa contro la malattia ideologica, ma bisogna crederci, anche se siamo in pochi, e magari non siamo in pochi. Bisogna crederci e muoversi. Non basta pensare, bisogna agire, perché è solo l’azione che muove la realtà. E quindi bisogna fare tesoro di questa istanza, affinché ognuno ed ognuna di noi, nel contesto in cui opera, porti avanti questo paradigma dell’interdipendenza, contro l’incuria sovrana e con l’idea di cura come modello universale. Due giorni fa Papa Francesco ha detto che solo la cura può assicurarci la sicurezza universale. È vero e trovo che sia una frase bellissima.

Grazie di avermi ascoltata.

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