COMUNITA’ ENERGETICHE

COMUNITA’ ENERGETICHE

Mag propone la lettura dell’articolo “ COMUNITA’ ENERGETICHE. Una possibile chiave di volta per la transizione ecologica”  a cura di Debora Poles e Sandro Giuliari presente nell’ultimo numero di A&P – Autogestione & Politica Prima (n.2/3 Aprile – settembre 2022). Vengono prese in considerazione 2 interessanti esperienze di comunità energetiche nel territorio italiano sempre più necessarie alla luce degli avvenimenti internazionali.

COMUNITÀ ENERGETICHE 

Una possibile chiave di volta per la transizione ecologica

 a cura di Debora Poles e Sandro Giuliari

 

“Le relazioni fra i viventi, in altre parole, formano delle comunità la cui forza è in grado di influire attivamente sull’ambiente fisico. Le comunità sono alla base della vita sulla Terra.”

Stefano Mancuso, La nazione delle piante

 

Il conflitto in Ucraina ha evidenziato il problema, a lungo ignorato, della dipendenza dell’Europa ed in particolare dell’Italia dal gas e dal petrolio russo. Una lezione che stiamo pagando a caro prezzo con i vertiginosi aumenti delle bollette di luce e gas nei primi mesi del 2022, che proseguiranno, verosimilmente, nei mesi a venire, anche in funzione dell’approvvigionamento di gas per il prossimo inverno.

Questi recenti avvenimenti internazionali hanno reso ulteriormente evidente l’urgenza della transizione energetica, pilastro della più ampia transizione ecologica, già fortemente incentivata nel Green Deal della Commissione Europea, con l’ambizioso obiettivo della carbon neutrality entro il 2050.

La transizione è però un processo che richiede tempo e risorse. La buona notizia è che tutti i cittadini possono contribuire ad essa.

La transizione energetica, infatti, prevede una vera e propria rivoluzione tecnica e culturale, attraverso il passaggio da un sistema di produzione e consumo di energia centralizzato ad una rete decentralizzata. Tradizionalmente il processo produttivo è unidirezionale: l’energia elettrica viene prodotta da centrali che utilizzano fonti fossili o rinnovabili e poi distribuita tramite tralicci e centraline su tutto il territorio nazionale fino al consumatore finale con costi di trasporto e sprechi. La diffusione di impianti fotovoltaici, anche domestici, ha determinato la moltiplicazione dei nodi produttivi della rete e l’assunzione di un ruolo attivo da parte del cittadino, diventato un prosumer, ossia un produttore-consumatore che non si limita a prelevare energia dalla rete, ma consuma quella autoprodotta e cede quella in eccesso.

Le Comunità Energetiche possono rendere questo processo ancor più efficace, aumentando l’interdipendenza energetica (ma non solo) tra i residenti di un quartiere, un borgo o un paese e abbattendo i costi ambientali ed economici di trasporto e produzione. Esse sono tipicamente formate da un insieme di persone che condividono l’energia prodotta localmente in uno scambio tra pari, massimizzando l’utilizzo delle fonti rinnovabili e ovviando ai limiti di efficienza dell’autoconsumo del singolo prosumer.

A livello giuridico l’Unione Europea è recentemente intervenuta individuando diverse fattispecie: la Direttiva (UE) 2001/2018 che disciplina la promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili (RED II) e fornisce le definizioni di autoconsumo collettivo e Comunità di Energia Rinnovabile (CER) e la Direttiva (UE) 944/2019 relativa a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica (IEM) che definisce le Comunità Energetiche dei Cittadini (CEC).

L’autoconsumo collettivo coincide sostanzialmente con l’esempio del condominio dotato di un impianto di produzione di energia rinnovabile condiviso, mentre le CER e le CEC riguardano livelli di complessità crescenti che in entrambi i casi si concretizzano con la creazione di un soggetto giuridico avente lo scopo di generare benefici ambientali, sociali ed economici per i propri membri e per il territorio in cui opera, anziché profitti finanziari. La partecipazione alle Comunità è volontaria e aperta a persone fisiche, enti locali, piccole e medie imprese ed enti del terzo settore che ne esercitano il controllo. Per garantirne il carattere no profit, non è ammessa la partecipazione, in qualità di membri della comunità, di aziende del settore energetico (fornitori ed ESCO) che possono, invece, prestare servizi di fornitura e di infrastruttura.

L’Italia ha recepito le due direttive europee a novembre 2021 con i decreti legislativi 199 (RED II) e 210 (IEM) che faciliteranno la diffusione delle comunità energetiche sul territorio nazionale anche grazie a sistemi incentivanti, a cui si affiancano i finanziamenti specifici previsti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Nella sostanza, le comunità energetiche rappresentano un modello innovativo e decentralizzato di produzione, accumulo, consumo e scambio di energia da fonti rinnovabili. Esso si fonda sulla condivisione di un bene fondamentale a un prezzo vantaggioso tra gli stakeholder del territorio che scelgono di far parte della comunità, adottando un’ottica di autoconsumo e collaborazione, resa possibile dall’evoluzione tecnologica che oggi consente di monitorare, gestire e ottimizzare i consumi della comunità stessa. I benefici generati dall’adozione di questo modello sono:

 

  • ambientali attraverso la riduzione dei consumi energetici e delle emissioni causate dalle fonti fossili;
  • economici derivanti da un risparmio nelle bollette e da una migliore valorizzazione dell’energia prodotta in loco;
  • sociali legati al contrasto di situazioni di povertà energetica e all’attivazione della comunità locale. In quest’ottica le comunità energetiche possono diventare delle “palestre” per sperimentare ruoli innovativi in ambito civico e sociale, strutturandosi attraverso una governance locale formata da cittadini, associazioni e realtà imprenditoriali che condividono un insieme di principi, regole e procedure riguardanti la gestione e il governo della comunità energetica, orientata verso obiettivi di autogestione e condivisione delle risorse.

 

I vantaggi e gli incentivi lasciano presagire una rapida diffusione di questo paradigma, tanto che il Politecnico di Milano stima che entro cinque anni le comunità energetiche in Italia saranno circa 40mila coinvolgendo 1,2 milioni di famiglie, 20mila uffici e 10mila Pmi. Il percorso non è privo di ostacoli, legati soprattutto al cambiamento culturale che richiederà un importante lavoro di facilitazione e gestione delle comunità, ma la comunità energetica si presenta come una vera e propria opportunità per gli individui e per i territori, e potrà costituire un fondamentale tassello per accelerare la transizione energetica.[1]

Come spesso accade, la normativa è stata anticipata da alcune sperimentazioni pionieristiche sul territorio italiano come ad esempio la cooperativa elettrica Funes, la Comunità Cooperativa di Melpignano, la cooperativa “È nostra” e il progetto GECO (Green Energy Community descritto nel box). La prima affonda le radici nella società elettrica nata nel 1921 nell’omonima valle dell’Alto Adige. Ancora oggi l’energia elettrica consumata localmente è interamente prodotta da impianti idroelettrici, fotovoltaici ed a biomassa presenti sul territorio e di proprietà della cooperativa elettrica partecipata dagli abitanti della valle stessa. L’energia prodotta in eccesso è immessa nella rete nazionale e i ricavi sono reinvestiti sul territorio, tradotti in sconti in bolletta o in investimenti per nuovi impianti.

Il secondo esempio è la Comunità Cooperativa di Melpignano, nata nel 2011 dalla collaborazione tra l’Associazione Borghi Autentici d’Italia, Legacoop e l’amministrazione comunale (anch’essa socia della Cooperativa), con l’obiettivo di produrre energia utilizzando pannelli fotovoltaici posti sui tetti degli edifici pubblici e privati del paese (33 impianti per un totale di 179,67 kW). Dalla sua nascita la cooperativa ha consentito a molte famiglie del Comune di risparmiare sulla bolletta dell’energia elettrica e col tempo ha ampliato la sua attività anche alla distribuzione dell’acqua e ad altri servizi utili alla comunità.

Infine la Cooperativa ÈNOSTRA nata nel 2014 a Milano per fornire energia rinnovabile a famiglie, imprese e organizzazioni del terzo settore. Negli ultimi anni la cooperativa ha contribuito alla nascita e allo sviluppo di alcune tra le prime Comunità di Energia Rinnovabile (CER) sul territorio nazionale e sta supportando diversi progetti analoghi.

In conclusione proponiamo l’intervista a Natya Migliori dell’Associazione Culturale Dahlia di Palazzolo Acreide (SR) che offre uno sguardo interessante sulla crescente sensibilità ambientale della società civile siciliana e i primi tentativi di comunità energetiche rinnovabili in alcuni comuni della Sicilia, evidenziando le opportunità ed i rischi insiti nella transizione energetica.

 

Come vi siete approcciati al tema delle comunità energetiche e più in generale dell’ambiente?

La mia associazione si occupa di molte tematiche, tra cui la lotta alla mafia e la salvaguardia dell’ambiente. Ci siamo impegnati in difesa del bene comune dell’acqua contro i tentativi di privatizzarne la gestione da parte di diversi comuni siciliani, tra cui Palazzolo Acreide (SR). Per quanto riguarda le energie rinnovabili stiamo cercando di creare la rete “Consulta per i beni comuni” tra associazioni che si occupano di ambiente con l’intento di creare progetti che promuovano la nascita di comunità energetiche nei borghi per favorirne il ripopolamento e in secondo luogo di costruire un dialogo con le realtà politiche regionali e locali per andare tutti insieme in direzione della sostenibilità.

 

Qual è la situazione delle energie rinnovabili in Sicilia?

Da diverso tempo si sta sviluppando una sensibilità per l’ambiente. Nove comuni siciliani, appartenenti all’Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi (Collesano PA, Petrosino TP, Lampedusa e Linosa AG, Regalbuto e Troina EN, Santa Teresa di Riva ME, Aci Bonaccorsi CT e Ferla e Solarino SR), stanno avendo un effetto traino su altre comunità. I comuni di Ferla e Troina sono l’emblema del cambiamento in atto in Sicilia, con politiche di riqualificazione energetica e uso delle rinnovabili, ad esempio le sedi comunali si alimentano attraverso l’impianto fotovoltaico installato sui tetti. Al di fuori del circolo dei comuni virtuosi ci sono altre realtà che stanno seguendo l’esempio, in direzione della sostenibilità, come Paternò (CT) e Mazara del Vallo (TP), dove esistono comunità energetiche solari che producono e condividono l’energia autoprodotta mediante impianti fotovoltaici. In altre realtà si sta cercando di ottimizzare le risorse e le strutture esistenti, ad esempio in provincia di Trapani sono stati realizzati parchi eolici mentre a Santa Cristina di Gela (PA) la società AMAP è riuscita a ripristinare una centrale idroelettrica che fornisce energia a tutte le aziende del palermitano. Infine si stanno sperimentando impianti agro-fotovoltaici che combinano l’attività agricola con la produzione di energia.

La politica regionale, invece, sembra andare in direzione opposta. A febbraio il governo siciliano ha approvato il nuovo piano energetico regionale nonostante il parere contrario del Comitato tecnico scientifico, prevedendo la realizzazione di tre termovalorizzatori. Anche nei grossi centri urbani la transizione energetica verso fonti rinnovabili incontra ancora resistenze.

 

Le esperienze finora riportate possiedono una dimensione comunitaria? La cittadinanza partecipa in modo attivo, anche nella messa a disposizione dei terreni?

Nel caso di Ferla, il sindaco ha promosso la raccolta differenziata tra i cittadini, raggiungendo un’adesione dell’80% (dal 7% iniziale). Anche nel caso di Paternò e Ragusa i cittadini hanno un ruolo attivo nella produzione e nella condivisione di energia. Per quanto riguarda la disponibilità di terreni, i cittadini possono vendere i propri terreni inutilizzati alle aziende che realizzano l’impianto oppure gli impianti possono sorgere su terreni confiscati alla mafia.

 

Quali sono le principali criticità nell’implementazione dei progetti?

Si sta verificando un problema in relazione ai terreni. Ci sono stati casi in cui i gestori degli impianti hanno prelevato i terreni forzatamente, pagando un minimo compenso ai proprietari, per adibirli a parchi fotovoltaici. Inoltre, non essendo prevista nel piano energetico regionale una mappatura dei siti idonei alla realizzazione di parchi eolici o fotovoltaici e nemmeno una definizione di luogo idoneo, il rischio è che possano essere utilizzati terreni ricchi di patrimonio culturale e naturale da tutelare, come sta avvenendo a Canicattini Bagni (SR). Questa questione era emersa nel 2001 con riferimento ai parchi eolici, invece ora, con il nuovo piano, il problema sembra essere totalmente ignorato.

Un’altra criticità è l’infiltrazione mafiosa. Laddove c’è un interesse economico entra in gioco la mafia. Salvatore Angelo e Vito Nicastri, vicini a Matteo Messina Denaro (latitante di Cosa Nostra) hanno investito in parchi eolici nella zona di Trapani e progettavano di implementare impianti di biomasse, ma sono stati fermati dalla magistratura.

 

Cosa si può fare affinché queste esperienze virtuose non rimangano dei casi isolati?

Sensibilizzare la popolazione a partire dalle scuole, attraverso i moduli di educazione civica, ed organizzare momenti di dialogo con le amministrazioni locali. Affinché queste esperienze rappresentino un’alternativa reale e non rimangano “alternative isolate” è necessario l’intervento delle amministrazioni pubbliche (locali e regionali).

[1] Per approfondimenti: “Barroco F.; Borghetti A.; Cappellaro F.; Carani C.; Chiarini R.; D’Agosta G.; De Sabbata P.; Napolitano F.; Nigliaccio G.; Nucci C. A.; Corredor C. O.; Palumbo C.; Pizzuti S.; Pulazza G.; Romano S.; Tossani F.; Valpreda E.; (2020), LE COMUNITÀ ENERGETICHE IN ITALIA – Una guida per orientare i cittadini nel nuovo mercato dell’energia, Progetto Europeo GECO” e “RSE & Fondazione Utilitatis (a cura di), (2022), Le comunità energetiche in Italia, Orange Book.”

 

GECO – Green Energy Community

Il progetto GECO (Green Energy COmmunity) è finanziato dal fondo europeo EIT Climate-KIC e promosso da AESS (Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile), ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile) e l’Università di Bologna, con la partecipazione del CAAB e dell’Agenzia Locale di Sviluppo Pilastro-Distretto nord est.

GECO porterà alla creazione della prima Comunità Energetica Locale dell’Emilia Romagna, nell’area Pilastro-Roveri (Comune di Bologna). Il progetto, nel contesto della transizione energetica e dell’economia circolare, intende rendere il sistema energetico locale più efficiente e resiliente, puntando sulla figura dei prosumers, cittadini e aziende che svolgeranno un ruolo attivo nel processo di creazione, produzione, distribuzione e consumo dell’energia.

In linea con l’Agenda 2030, l’Accordo di Parigi e la recente legislazione approvata nell’ambito del pacchetto sull’energia pulita (CEP) a livello europeo, l’obiettivo di GECO è quello di incentivare ed ottimizzare la generazione e l’autoconsumo delle energie rinnovabili nei quartieri per contribuire a ridurre, entro il 2022, le emissioni dei gas responsabili dell’effetto serra.

Il progetto è orientato, pertanto, al raggiungimento dei target di decarbonizzazione, all’incremento dell’utilizzo delle energie rinnovabili e allo sviluppo dell’economia locale, di cui la diffusione delle comunità energetiche costituisce uno degli strumenti.

GECO mira altresì a contribuire allo sviluppo del quadro normativo italiano del settore energetico nel territorio italiano, a supporto della possibilità di diffusione di Comunità Energetiche locali in applicazione delle nuove Direttive Europee sulle energie rinnovabili.

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