La lealtà apre anche il cielo

La lealtà apre anche il cielo

Le levatrici d’Egitto / 5

di Luigino Bruni, 08/09/2014

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La cultura dell’incentivo sta diventando la nuova ideologia del nostro tempo, che dalle grandi imprese capitalistiche sta emigrando verso la sanità, la cultura, la scuola. Il principale limite e pericolo di questa cultura del lavoro è una visione impoverita dell’essere umano, pensato e descritto come un individuo che quando lavora è motivato unicamente da ricompense estrinseche e monetarie, qualcuno da cui puoi ottenere praticamente tutto e in tutti gli ambiti della vita se lo paghi adeguatamente. Grazie a Dio, gli uomini e le donne sono molto più ricchi e belli di questa caricatura. Possiamo fare cose veramente grandi, ma vogliamo molto di più del denaro, perché le “monete” più preziose sono quelle del riconoscimento, della stima, della gratitudine. Siamo capaci di dare il meglio di noi se e quando ci sentiamo stimati e riconosciuti, se siamo “visti” e quindi ringraziati. La grande e vera questione al centro della cultura dell’incentivo è allora quella della libertà.

«Sono fannulloni». Furono queste le parole che il re d’Egitto rivolse ai suoi funzionari dopo il suo incontro con Mosè e Aronne che gli avevano chiesto, a nome di YHWH, di liberare il popolo per poter celebrare tre giorni nel deserto: «Sono fannulloni, per questo gridano “vogliamo andare ad offrire un sacrificio al nostro Dio” Pesi il lavoro su questi uomini e ne siano occupati; non diano retta a parole d’inganno» (Esodo 5, 8-9). È tipico degli imperi considerare i sudditi pigri e fannulloni, e farli lavorare di più per evitare che nei varchi del non-lavoro possa insinuarsi la voglia di libertà, il desiderio di un Dio diverso dal faraone. Per gli imperatori i loro lavoratori-sudditi lavorano solo quando sentono sulla schiena il pungolo dei “sovraintendenti”. Oggi in molte regioni del mondo (non in tutte) gli imperatori non ci sono più, ma è molto frequente vedere dirigenti che moltiplicano i compiti dei lavoratori e li costringono a spargersi «su tutto l’Egitto» (5,12) in cerca della “paglia” mancante. Aumentano stress e malessere nei luoghi di lavoro, e si continua a pensare che nei campi non si lavori abbastanza e che gli incentivi non siano ben disegnati. I fannulloni esistono, ma sono molti meno di quanto pensiamo, perché c’è una invincibile e scientificamente dimostrata tendenza che ci fa sovrastimare la pigrizia degli altri e sottostimare la nostra.

Incastonata all’interno di questo episodio dell’Esodo incontriamo anche la prima protesta di “dirigenti” di cui parla la Bibbia, quella dei “capisquadra”. È tra le proteste più belle e le più importanti dell’intera Scrittura, perché racchiude messaggi preziosi per tutti i responsabili di imprese, di istituzioni, di comunità, di ieri oggi e domani. I dirigenti dei campi di lavoro erano divisi in due categorie: i “sovraintendenti” e i “capisquadra”. E le loro diverse e opposte reazioni di fronte all’ordine del faraone di inasprire le condizioni di lavoro del popolo oppresso, ci svelano due diverse e opposte culture della responsabilità e della dirigenza. Le nuove condizioni di lavoro e di produzione imposte dal faraone (fabbricare gli stessi mattoni di prima ma senza avere a disposizione la paglia) non potevano essere soddisfatte da lavoratori già sottoposti a condizioni estreme (1,14). E così, infatti, avvenne (5,14). I sovraintendenti, che erano degli egiziani alle dipendenze del faraone, risposero a questo mancato conseguimento degli obiettivi di produzione prendendosela coi capisquadra dei campi di lavoro, che erano ebrei, fratelli dei lavoratori. I capisquadra degli israeliti, che i sovraintendenti del faraone avevano loro preposto, vennero bastonati, con le parole: «Perché né ieri né oggi non avete portato a termine il vostro obbligo di produrre mattoni come prima?”» (5,14).

I capisquadra, invece, non bastonarono a loro volta i lavoratori nelle fabbriche. Come già le levatrici d’Egitto, anche questi responsabili dei lavoratori scelsero, liberamente e costosamente, di stare dalla parte del popolo e della verità, e così non obbedirono agli ordini del faraone. Scelsero di essere fratelli degli oppressi, condividendone quindi la stessa sorte. E così, invece di infierire sui loro compagni andarono a protestare dal faraone: «Perché fai così ai tuoi servi? Paglia non viene data ai tuoi servi, ma ci dicono: “Fate i mattoni”» (5,15-16). E, come accade ancora troppe volte, il faraone di fronte a quella protesta leale dei capisquadra non fece altro che associarli alla poltroneria dei loro lavoratori: «Fannulloni siete, fannulloni. Per questo andate dicendo “Vogliamo offrire un sacrificio a YHWH. Ma ora andate, lavorate”». (5,17-18). A questo punto, «i capisquadra israeliti videro se stessi in una pessima situazione» (5,19).

È questa, sovente, la “pessima situazione” in cui si trova chi per essere leale con i deboli rifiuta gli ordini dei potenti e viene da questi accusato di essere anch’egli immeritevole e fannullone. Nessun mediatore e nessun dirigente è un buon “caposquadra” se non è disposto a correre il rischio di essere associato al vizio attribuito dai capi alle persone che sta difendendo, ad essere “bastonato” con e come loro. Fuori da questa logica solidale e responsabile, resta solo il mercenario, che, a differenza del “buon pastore”, non dà la vita per il suo gregge, non ne condivide la stessa sorte. Prendere su di sé le “bastonate” senza scaricarle su chi ci è affidato, è, tra l’altro, anche una grande e bella immagine della vocazione di ogni vera paternità e genitorialità, naturale o spirituale. Neanche dopo l’insuccesso della loro protesta con il faraone i capisquadra andarono a rivalersi sui lavoratori. Continuarono a esercitare la loro lealtà, e affrontarono direttamente Mosè e Aronne. Andarono loro incontro con parole forti: «Perché ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano una spada per ucciderci?» (5,21).

Mosè prese molto sul serio quel grido duro e leale dei capisquadra, e visse la prima crisi della sua missione in Egitto. Ma, soprattutto, in seguito a questo ascolto ebbe un nuovo incontro con la voce che lo aveva chiamato. La lealtà costosa e fraterna di quei capicantiere produsse una nuova teofania, un nuovo incontro con il loro Dio, una nuova vocazione: «Mosè torno da YHWH e disse: “Mio Signore, perché hai fatto del male a questo popolo? Per questo mi hai inviato?”» (5,22). E Dio gli parlò, lo chiamò di nuovo: «”Io sono YHWH. … Vi farò entrare nella terra che ho giurato con la mia mano di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: ve la darò in possesso ereditario. Io sono YHWH”» (6,1-8). Non possiamo sapere fin dove può arrivare un atto di vera lealtà, che cosa può accadere quando nei nostri “campi” riusciamo a non obbedire agli ordini sbagliati dei faraoni e siamo fedeli alla verità e alla dignità di chi lavora con noi. A volte questa fedeltà può spalancare il tetto dei nostri uffici e dei nostri capannoni, far spuntare di nuovo nel cielo l’arcobaleno di Noè. È questa lealtà che rende possibile che tra i dirigenti e i loro lavoratori si generi quella relazione che qualcuno chiama fraternità, che quando nasce da questa lealtà silenziosa e costosa perde ogni patina moralistica e retorica. Diventiamo veramente fratelli e sorelle di chi lavora alle nostre dipendenze quando mettiamo le nostre schiene tra loro e gli ordini sbagliati dei faraoni.

Se quei capisquadra non fossero arrivati fino in fondo al loro processo di protesta leale, se – per paura o per rispetto – si fossero fermati solo un passo prima del volto di Mosè e di Aronne, non avrebbero riaperto il cielo e YHWH non avrebbe rinnovato la sua promessa. Molti atti di vera lealtà non producono tutti i loro frutti perché non giungono fino alla fine del processo. La sfida più difficile che deve superare chi risponde a una vocazione e accetta di svolgere un compito di liberazione, è continuare a credere alla verità della sua vocazione, del compito ricevuto, della promessa e della voce quando vede aumentare la sofferenza di coloro che dovrebbe amare e liberare; quando il popolo che dovevamo portare fuori dai lavori forzati peggiora la propria condizione, e il dolore innocente cresce. Da queste prove, sempre molto dolorose e che arrivano soprattutto (anche se non esclusivamente) nelle prime fasi dei processi di liberazione, si riesce a uscire e riprendere il cammino solo se si ripete, di nuovo, il primo miracolo del monte Oreb, e ci risentiamo richiamare per nome. Un miracolo che ci può essere donato dalla lealtà di qualcun altro, dal suo amore o dalla sua protesta, che spesso sono la stessa cosa. Nelle nostre imprese e organizzazioni continuano a convivere, gli uni accanto agli altri, “sovraintendenti” e “capisquadra”. Dirigenti che “bastonano” i loro sottoposti, pronti a tutto pur di accontentare ogni richiesta dei padroni ingiusti, e responsabili che preferiscono essere “bastonati” pur di restare leali con i loro compagni. Molti iniziano da capisquadra e nel tempo si trasformano (magari per delusioni o per infelicità) in sovraintendenti, ma non è raro che accada anche il processo inverso. Lo vediamo tutti, ogni giorno. Ma non dimentichiamo che molti lavoratori non muoiono sotto il peso di produzioni impossibili di mattoni perché in mezzo a noi ci sono molti eredi dei leali capisquadra d’Egitto, e sono certamente di più di quanti ne riusciamo a riconoscere attorno a noi.

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L’Avvenire

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