Dove comincia la vera libertà

Dove comincia la vera libertà

Le levatrici d’Egitto/4

di Luigino Bruni, 01/09/2014

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Gli imperi hanno sempre cercato di usare il lavoro per far spegnere nelle anime dei lavoratori i sogni di libertà, di gratuità, di festa. Proprio per il suo essere il principale amico dell’uomo, il lavoro si presta a essere manipolato e usato contro i lavoratori, diventa facilmente “fuoco amico”. Poter lavorare è stata ed è una via di liberazione per tanti, e il non poter lavorare continua a essere una delle principali illibertà e violenze di massa del nostro tempo.
Ma accanto al lavoro che libera e nobilita, c’è sempre stato, e continua a esserci, un lavoro usato dai faraoni come mezzo di oppressione dei poveri. Il lavoro apre la nostra Costituzione repubblicana, ma apriva anche i campi “di lavoro” nazisti: per capire e amare il lavoro dobbiamo tenere assieme questi due “ingressi”. Oggi continuiamo a vivere lavorando, e continuiamo a non fiorire e a spegnerci perché non possiamo lavorare; ma non abbiamo smesso di morire e di essere umiliati dal troppo lavoro e dal lavoro sbagliato, quando i nuovi faraoni ci fanno lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, non ci permettono di pensare, di pregare e far festa, e così ci riportano nelle fabbriche di mattoni dell’Egitto.
Mosè, dopo l’ascolto della Voce presso il roveto, scende dal monte e ha subito un incontro misterioso. Come Giacobbe che fu attaccato da Dio presso lo Yabbok mentre tornava con la sua famiglia nella terra dei padri, anche Mosè viene affrontato da Dio nel viaggio verso l’Egitto con sua moglie e suo figlio. Quel Dio che gli aveva appena rivelato il suo nome (YHWH), ora lo affronta e lo combatte: «E avvenne che lungo il cammino, nel luogo di sosta, YHWH gli venne incontro e cercò di farlo morire» (Esodo 4,24). Dio che affida un compito al profeta e poi lo combatte, è un tema che attraversa l’intera Bibbia, fino a quel Figlio inviato per svolgere il compito più grande, che si ritrova crocifisso a un legno, abbandonato da Elohim (Marco 15,34).
La voce che ti chiama e ti indica la strada di salvezza da percorrere, diventa chi ti ferma e ti combatte lungo il cammino che ti aveva aperto. La vocazione e la fede-fiducia sono dono; ma sono anche lotta, un combattimento che si svolge ai confini tra la vita e la morte, che conosce e ama solo chi ha ascoltato una voce e l’ha seguita veramente. Diversamente dall’episodio dello Yabbok, che la Genesi descrive con abbondanza di simboli e di dettagli, qui il testo non si sofferma sul combattimento tra Mosè e Dio, ma ci descrive soltanto le azioni di Zippora, la moglie di Mosè. Durante quell’attacco, Zippora circoncide il figlio, e a quel sangue di figlio è misteriosamente legata la salvezza di Mosè (4,25-26). Dopo le levatrici d’Egitto, la madre e la sorella di Mosè, la figlia del faraone, Mosè è di nuovo salvato dalle donne, dalla loro speciale vocazione alla vita, umili mediatrici tra il divino e le nostre carni. Mosè continua da solo il suo cammino verso l’Egitto. Il suo popolo crede subito alle parole di Aronne, la “bocca” di Mosè (4,27), e tutti «si inginocchiarono e adorarono» (4,30-31). Molto più complicato e fallimentare è invece il dialogo con il faraone: «Mosè e Aronne andarono e dissero al faraone: “Così dice YHWH, Dio di Israele: ’Rilascia il mio popolo, perché celebrino per me una festa nel deserto’”. Disse il faraone: “Chi è YHWH perché io debba ascoltare la sua voce e rilasciare Israele? Non conosco YHWH né Israele rilascerò”» (5,1-3). Il faraone fa chiamare immediatamente i responsabili dei lavori degli ebrei, e inasprisce subito le loro condizioni di lavoro: «Non continuerete a dare la paglia al popolo per fabbricare i mattoni, come facevate prima; essi andranno a raccogliersi la paglia. Però imporrete loro il medesimo quantitativo di mattoni che facevano finora, senza alcuna riduzione» (5,7-8).
La reazione del faraone di fronte alla richiesta di Mosè ci offre una potente descrizione di che cosa diventa il lavoro sotto gli imperi di ieri e di oggi. La prima risposta del faraone riguarda direttamente Dio: «Chi è YHWH?», come a dire: “Ma chi lo conosce”? Ogni oppressione dei popoli e dei lavoratori inizia dal non ammettere nessun altro dio al di fuori del ’faraone’, dal non riconoscere che esiste un cielo più alto di quello toccato dalle loro piramidi. In Egitto il faraone era una divinità, l’unico mediatore tra il divino e gli uomini. Riconoscere YHWH e dare ascolto alla sua richiesta, avrebbe significato per il faraone mettere in discussione la sua natura divina e ammettere l’esistenza di altri mediatori (Mosè e Aronne). Gli imperi non sono atei, sono tutti idolatri: non negano Dio, fanno semplicemente diventare dio le persone, le cose (denaro, potere), le idee, producendo dei a loro immagine con cui si trovano molto comodi.
In questo episodio, c’è poi un passaggio particolarmente significativo per il lavoro. Al faraone, Mosè e Aronne non hanno chiesto la liberazione definitiva del popolo. In quel primo incontro gli avevano soltanto fatto la richiesta di poter «camminare tre giorni nel deserto» (5,3), per offrire sacrifici al loro Dio, per pregare, per fare una festa. Il faraone la respinge senza appello, perché se li avesse lasciati uscire dai campi di lavoro anche per un solo giorno di festa e di culto avrebbe riconosciuto la loro natura di popolo e non più di schiavi. Si può pregare ovunque, e le preghiere elevate verso il cielo dai campi di prigionia sono le più belle e le più vere. Ma uscire dai campi di lavoro per andare a pregare e far festa insieme non è solo una preghiera, è un atto politico che, ogni tanto, ha innescato il crollo anche degli imperi più grandi. Se il faraone avesse permesso al popolo di celebrare nel deserto, avrebbe riconosciuto non soltanto una religione diversa, ma un diritto a far festa, alla gratuità e al non lavoro, un diritto che solo l’uomo libero ha, non lo schiavo (anche per questo ricordo della schiavitù dell’Egitto, la Legge d’Israele estenderà lo shabbat a tutti gli esseri viventi). Dicendo di no a quella richiesta di YHWH, il faraone ha allora semplicemente ribadito che i figli di Israele erano solo degli schiavi ai lavori forzati. Il primo e più naturale atto con cui gli imperatori ci dicono che siamo solo lavoratori forzati è negarci il tempo per il non-lavoro, per il culto, per la gratuità, per la festa. I popoli hanno iniziato le loro liberazioni pregando, cantando, facendo festa insieme.
Agli imperatori le feste fanno più paura dei cortei di protesta, perché contengono la forza infinita della gratuità. E quando sentono “aria di festa” non fanno altro che inasprire i lavori forzati.
Tutte le volte che un imprenditore fa pre-firmare a una donna il foglio di dimissioni “volontarie” da presentare in caso di maternità, o quando questo capitalismo ci nega il riposo domenicale e il tempo per la festa, torniamo alla logica di quell’antico faraone e di tutti gli imperi. Quando l’impresa ci chiede di lavorare a tutte le ore e tutti i giorni per raggiungere gli obiettivi, o quando ci impone le sue feste aziendali e ci nega le feste di tutti, queste imprese diventano molto simili alla fabbrica di mattoni dell’Egitto; e noi torniamo ad assomigliare troppo a quegli antichi schiavi, anche se abbiamo firmato liberamente un contratto e siamo ben pagati.
In tutti gli imperi si muore per mancanza di lavoro, ma si muore anche per il troppo e cattivo lavoro, perché il lavoratore-persona si spegne quando diventa solo lavoratore. Il lavoro senza non-lavoro è il lavoro forzato dello schiavo, perché è la libertà di porre un limite al lavoro che genera quello scarto antropologico tra noi e il mondo delle cose, tra Marco e l’ingegner Bianchi, uno scarto essenziale per dare dignità alle cose che produciamo e salvare l’eccedenza spirituale della nostra vita e di quella degli altri. È bene non dimenticarlo proprio in questa stagione di grave crisi del lavoro. Oggi rimpareremo a lavorare e a creare lavoro se saremo capaci di chiedere agli attuali faraoni del tempo per la gratuità e per la festa, parole che essi non amano perché troppo sovversive e inutili alla produzione dei loro mattoni.
La libertà di culto, di gratuità, di festa è la prima forma di eccedenza antropologica e di dignità etica di ogni civiltà, perché dice ai faraoni e ai loro eredi di oggi: “Voi non siete dio per me, per noi, e non lo siete per nessuno, neanche per voi stessi. Le vostre feste orientate ai profitti non ci bastano, vogliamo altri altari dove celebrare la nostra libertà e le nostre liberazioni”. Quei tre giorni di cammino verso un altare diverso sarebbero stati i primi passi verso la terra promessa, la fine della schiavitù. Il faraone non voleva e non poteva concederli. Ma arrivarono. I giorni di cammino libero per celebrare e far festa insieme continuano ad accadere lungo la storia, nonostante gli imperatori. Perché le altissime piramidi non riescono a soddisfare il nostro desiderio di cielo, che è sempre più alto.
Ma accanto al lavoro che libera e nobilita, c’è sempre stato, e continua a esserci, un lavoro usato dai faraoni come mezzo di oppressione dei poveri. Il lavoro apre la nostra Costituzione repubblicana, ma apriva anche i campi “di lavoro” nazisti: per capire e amare il lavoro dobbiamo tenere assieme questi due “ingressi”. Oggi continuiamo a vivere lavorando, e continuiamo a non fiorire e a spegnerci perché non possiamo lavorare; ma non abbiamo smesso di morire e di essere umiliati dal troppo lavoro e dal lavoro sbagliato, quando i nuovi faraoni ci fanno lavorare tutto il giorno e tutti i giorni, non ci permettono di pensare, di pregare e far festa, e così ci riportano nelle fabbriche di mattoni dell’Egitto.
Mosè, dopo l’ascolto della Voce presso il roveto, scende dal monte e ha subito un incontro misterioso. Come Giacobbe che fu attaccato da Dio presso lo Yabbok mentre tornava con la sua famiglia nella terra dei padri, anche Mosè viene affrontato da Dio nel viaggio verso l’Egitto con sua moglie e suo figlio. Quel Dio che gli aveva appena rivelato il suo nome (YHWH), ora lo affronta e lo combatte: «E avvenne che lungo il cammino, nel luogo di sosta, YHWH gli venne incontro e cercò di farlo morire» (Esodo 4,24). Dio che affida un compito al profeta e poi lo combatte, è un tema che attraversa l’intera Bibbia, fino a quel Figlio inviato per svolgere il compito più grande, che si ritrova crocifisso a un legno, abbandonato da Elohim (Marco 15,34).
La voce che ti chiama e ti indica la strada di salvezza da percorrere, diventa chi ti ferma e ti combatte lungo il cammino che ti aveva aperto. La vocazione e la fede-fiducia sono dono; ma sono anche lotta, un combattimento che si svolge ai confini tra la vita e la morte, che conosce e ama solo chi ha ascoltato una voce e l’ha seguita veramente. Diversamente dall’episodio dello Yabbok, che la Genesi descrive con abbondanza di simboli e di dettagli, qui il testo non si sofferma sul combattimento tra Mosè e Dio, ma ci descrive soltanto le azioni di Zippora, la moglie di Mosè. Durante quell’attacco, Zippora circoncide il figlio, e a quel sangue di figlio è misteriosamente legata la salvezza di Mosè (4,25-26). Dopo le levatrici d’Egitto, la madre e la sorella di Mosè, la figlia del faraone, Mosè è di nuovo salvato dalle donne, dalla loro speciale vocazione alla vita, umili mediatrici tra il divino e le nostre carni. Mosè continua da solo il suo cammino verso l’Egitto. Il suo popolo crede subito alle parole di Aronne, la “bocca” di Mosè (4,27), e tutti «si inginocchiarono e adorarono» (4,30-31). Molto più complicato e fallimentare è invece il dialogo con il faraone: «Mosè e Aronne andarono e dissero al faraone: “Così dice YHWH, Dio di Israele: ’Rilascia il mio popolo, perché celebrino per me una festa nel deserto’”. Disse il faraone: “Chi è YHWH perché io debba ascoltare la sua voce e rilasciare Israele? Non conosco YHWH né Israele rilascerò”» (5,1-3). Il faraone fa chiamare immediatamente i responsabili dei lavori degli ebrei, e inasprisce subito le loro condizioni di lavoro: «Non continuerete a dare la paglia al popolo per fabbricare i mattoni, come facevate prima; essi andranno a raccogliersi la paglia. Però imporrete loro il medesimo quantitativo di mattoni che facevano finora, senza alcuna riduzione» (5,7-8).La reazione del faraone di fronte alla richiesta di Mosè ci offre una potente descrizione di che cosa diventa il lavoro sotto gli imperi di ieri e di oggi. La prima risposta del faraone riguarda direttamente Dio: «Chi è YHWH?», come a dire: “Ma chi lo conosce”? Ogni oppressione dei popoli e dei lavoratori inizia dal non ammettere nessun altro dio al di fuori del ’faraone’, dal non riconoscere che esiste un cielo più alto di quello toccato dalle loro piramidi. In Egitto il faraone era una divinità, l’unico mediatore tra il divino e gli uomini. Riconoscere YHWH e dare ascolto alla sua richiesta, avrebbe significato per il faraone mettere in discussione la sua natura divina e ammettere l’esistenza di altri mediatori (Mosè e Aronne). Gli imperi non sono atei, sono tutti idolatri: non negano Dio, fanno semplicemente diventare dio le persone, le cose (denaro, potere), le idee, producendo dei a loro immagine con cui si trovano molto comodi.In questo episodio, c’è poi un passaggio particolarmente significativo per il lavoro. Al faraone, Mosè e Aronne non hanno chiesto la liberazione definitiva del popolo. In quel primo incontro gli avevano soltanto fatto la richiesta di poter «camminare tre giorni nel deserto» (5,3), per offrire sacrifici al loro Dio, per pregare, per fare una festa. Il faraone la respinge senza appello, perché se li avesse lasciati uscire dai campi di lavoro anche per un solo giorno di festa e di culto avrebbe riconosciuto la loro natura di popolo e non più di schiavi. Si può pregare ovunque, e le preghiere elevate verso il cielo dai campi di prigionia sono le più belle e le più vere. Ma uscire dai campi di lavoro per andare a pregare e far festa insieme non è solo una preghiera, è un atto politico che, ogni tanto, ha innescato il crollo anche degli imperi più grandi. Se il faraone avesse permesso al popolo di celebrare nel deserto, avrebbe riconosciuto non soltanto una religione diversa, ma un diritto a far festa, alla gratuità e al non lavoro, un diritto che solo l’uomo libero ha, non lo schiavo (anche per questo ricordo della schiavitù dell’Egitto, la Legge d’Israele estenderà lo shabbat a tutti gli esseri viventi). Dicendo di no a quella richiesta di YHWH, il faraone ha allora semplicemente ribadito che i figli di Israele erano solo degli schiavi ai lavori forzati. Il primo e più naturale atto con cui gli imperatori ci dicono che siamo solo lavoratori forzati è negarci il tempo per il non-lavoro, per il culto, per la gratuità, per la festa. I popoli hanno iniziato le loro liberazioni pregando, cantando, facendo festa insieme.
Agli imperatori le feste fanno più paura dei cortei di protesta, perché contengono la forza infinita della gratuità. E quando sentono “aria di festa” non fanno altro che inasprire i lavori forzati.
Tutte le volte che un imprenditore fa pre-firmare a una donna il foglio di dimissioni “volontarie” da presentare in caso di maternità, o quando questo capitalismo ci nega il riposo domenicale e il tempo per la festa, torniamo alla logica di quell’antico faraone e di tutti gli imperi. Quando l’impresa ci chiede di lavorare a tutte le ore e tutti i giorni per raggiungere gli obiettivi, o quando ci impone le sue feste aziendali e ci nega le feste di tutti, queste imprese diventano molto simili alla fabbrica di mattoni dell’Egitto; e noi torniamo ad assomigliare troppo a quegli antichi schiavi, anche se abbiamo firmato liberamente un contratto e siamo ben pagati.
In tutti gli imperi si muore per mancanza di lavoro, ma si muore anche per il troppo e cattivo lavoro, perché il lavoratore-persona si spegne quando diventa solo lavoratore. Il lavoro senza non-lavoro è il lavoro forzato dello schiavo, perché è la libertà di porre un limite al lavoro che genera quello scarto antropologico tra noi e il mondo delle cose, tra Marco e l’ingegner Bianchi, uno scarto essenziale per dare dignità alle cose che produciamo e salvare l’eccedenza spirituale della nostra vita e di quella degli altri. È bene non dimenticarlo proprio in questa stagione di grave crisi del lavoro. Oggi rimpareremo a lavorare e a creare lavoro se saremo capaci di chiedere agli attuali faraoni del tempo per la gratuità e per la festa, parole che essi non amano perché troppo sovversive e inutili alla produzione dei loro mattoni.
La libertà di culto, di gratuità, di festa è la prima forma di eccedenza antropologica e di dignità etica di ogni civiltà, perché dice ai faraoni e ai loro eredi di oggi: “Voi non siete dio per me, per noi, e non lo siete per nessuno, neanche per voi stessi. Le vostre feste orientate ai profitti non ci bastano, vogliamo altri altari dove celebrare la nostra libertà e le nostre liberazioni”. Quei tre giorni di cammino verso un altare diverso sarebbero stati i primi passi verso la terra promessa, la fine della schiavitù. Il faraone non voleva e non poteva concederli. Ma arrivarono. I giorni di cammino libero per celebrare e far festa insieme continuano ad accadere lungo la storia, nonostante gli imperatori. Perché le altissime piramidi non riescono a soddisfare il nostro desiderio di cielo, che è sempre più alto.

Gli imperi hanno sempre cercato di usare il lavoro per far spegnere nelle anime dei lavoratori i sogni di libertà, di gratuità, di festa. Proprio per il suo essere il principale amico dell’uomo, il lavoro si presta a essere manipolato e usato contro i lavoratori, diventa facilmente “fuoco amico”. Poter lavorare è stata ed è una via di liberazione per tanti, e il non poter lavorare continua a essere una delle principali illibertà e violenze di massa del nostro tempo.

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