Il master in diretta: Ugo Mattei!

Il master in diretta: Ugo Mattei!

Ultimo appuntamento del Master 2014 con Ugo Mattei. Si parla di Beni Comuni.

@ 15:49 Quando si parla di Beni Comuni c’è spesso l’idea che sia una pratica di “un gruppo di anime belle”, in piccolo. Da un certo punto di vita è vero: chi ha avuto esperienze politiche o sociali si rende conto che condividere relazioni rende tutto più bello.

@ 15:50 Ma bisognerebbe analizzare, capire, come rendere questa visione egemonica in una società complessa come la nostra, dove per molti anni si è riflettuto sulla tematica del “comune”. La Ostrom parlerebbe di commons. Anche se non c’era ancora un vero e proprio movimento.

@ 15:51 Le cose cambiano da contesto a contesto. Oggi la locuzione “Bene Comune” è diventata importante almeno dal referendum sull’Acqua.

@ 15:52 La riflessione accademica nasce dall’esperienza delle privatizzazioni degli anni ’90, che sono state protratte all’insegna del debito pubblico, che è stato ridotto per un breve periodo. Allora, essere contro le privatizzazioni era assolutamente marginale. Si credeva fosse la soluzione migliore.

@ 15:54 All’inizio degli anni duemila un gruppo di economisti, tra cui io, ci siamo messi a guardare queste privatizzazioni, e abbiamo riscontrato che gli effetti non erano l’abbattimento del debito pubblico, ma un cambiamento della governance: impennata dei compensi del management pubblico delle privatizzate, l’aumento dei budget della pubblicità ingiustificato, l’aumento dei prezzi al consumo senza veri aumenti di qualità, spesso per gli interessi di altri privati.

@ 16:00 Sono intersezioni tra politica ed economia molto gravi che le privatizzazioni hanno favorito.

@ 16:01 Tutte le privatizzazioni sono avvenute senza possibilità di controllo giuridico: l’amministrazione pubblica può comportarsi con i beni pubblici come un privato con una merce propria, ma in realtà così facendo può alienare qualcosa che non è suo, è di tutti i cittadini. È qualcosa di assolutamente irreversibile. E questo è, giuridicamente, discrezionale: può essere trasferito da pubblico a privato senza controllo giuridico.

@ 16:03 Il passaggio inverso è assolutamente difficile, ci sono riserve giuridiche altissime.

@ 16:04 Il passaggio quindi dal patrimonio di tutti alle tasche di pochi è deciso da quei politici che sono a libro paga dei pochi. L’unico stop, in Italia, è stato quello del referendum sull’acqua, in cui gli Italiani hanno posto attenzione.

@ 16:05 Noi, nel 2005, avevamo rilevato questo squilibrio costituzionale, che deriva da un’assunzione base, cioè che il pubblico sia rappresentativo: c’è uno iato tra l’interesse di tutti e quello di chi decide.  Per risolverlo, noi avevamo pensato di lavorare sul diritto di beni, recuperando la simmetria tra pubblico e privato. Uguaglianza che è in nuce nell’art. 42 della Costituzione.

@ 16:07 Quindi, un terzo genere di beni sembra più che mai necessario: beni che sono proprietà di un’intera collettività, la quale deve esercitarne il controllo. Può essere la necessità di privatizzare, ma per farlo deve esserci una pubblica utilità, nonché la necessità di risarcire questo bene verso la colelttività. Di qui la necessità del Comune.

@ 16:09 Avevamo messo in piedi un processo di riforma del Codice Civile con il governo Prodi, sulla base dell’uguaglianza costituzionale di beni pubblici e privati. È stato quindi avviato il processo portato avanti dalla Commissione Rodotà, che ha fatto un lavoro importante, un progetto di beni, riconosciuto a livello internazionale, che definiva i Beni Comuni collegati a diritti fondamentali, ad un controllo collettivo, alla diffusione del potere.

@ 16:12 Il Governo è caduto, e il progetto è finito in un cassetto. Viene ripresentato al Senato dalla Regione Piemonte in pompa magna. Nel momento in cui succedeva in Senato, alla Camera viene votata la fiducia al decreto Ronchi: la messa a gara di tutti i servizi pubblici a carattere economico, obbligando una privatizzazione. Si faceva l’opposto! Se non fosse stato fatto il referendum, nel dicembre 2011 tutti i Comuni avrebbero dovuto mettere a gara i nostri Beni Comuni, che sarebbero stati regalati!

@ 16:16 Siamo riusciti a far passare due referendum su tre. A quel punto, da materia accademica i Beni Comuni sono diventati moneta politica.

@ 16:18 Il referendum è andata a buon fine, e la campagna referendaria è stata una bellissima esperienza. Con incontri diretti, con le persone. Relazioni fisiche. La passione che ci è stata messa è stata contagiosa: è sorta una rete di contatti molto importante. Questa dimensione è impossibile riproporre con la rappresentanza, perché questa è politica di cooperazione. Quella della rappresentanza è competitiva.

@ 16:22 Competizione, che è alla base sia del pubblico verticistico che della privatizzazione mercantile. È un panorama diverso. Per questo dopo il referendum quasi nessuna esperienza successiva è andata a buon fine.

@ 16:23 La vera scommessa è capire come si possano istituzionalizzare i Beni Comuni come categoria del giuridico quanto del politico, portandoci a gestire meglio cose anche molto complesse. Usare tutti gli strumenti per costruire questa uguaglianza di condizioni tra pubblico e privato.

@ 16:24 La categoria dei Beni Comuni, diventando categoria politica, è stata anche generativa. Capace di motivare le persone su un orizzonte di lungo periodo. Il senso di salvaguardia per il futuro di qualcosa che è stata ricevuta, che non è nostalgia, ma un cambiamento culturale. È stata veicolata una visione.

@ 16:26 Dopo il referendum, sono stati raggiunti importanti risultati. La Cassazione ha riconosciuto i Beni Comuni. La letteratura giuridica ha molto ricercato in questo senso. Un grosso lavorio tecnico, necessario perché tutta la nostra struttura giuridica è incentrata sui due opposti Stato e Privato, contrapposti. Sono le categorie della modernità, presentate come oppositive, ma in realtà contengono la stessa visione del mondo. C’è la stessa idea di sovranità come esclusione: sono strutturalmente simili.

@ 16:29 Con i Beni Comuni introduci una categoria nuova, opposta, che scalza tutto questo.

@ 16:30 Dopo il referendum, c’è stato un attacco fortissimo, politico. Il governo Berlusconi cerca di reintrodurre il decreto Ronchi, tranne l’acqua. L’UE invia una lettera a Berlusconi imponendo le privatizzazioni, tranne l’acqua. Cade Berlusconi. Monti: il decreto Salvitalia che fa anche peggio, vietando addirittura l’uso del sistema in-house. Abbiamo fatto ricorso. La Corte Costituzionale ha detto due cose importanti: è stato introdotta l’idea del vincolo referendario, dando alla volontà popolare un valore superiore alle leggi ordinarie, ed è stato decretato che non era giustificata l’esautorazione della gestione pubblica.

@ 16:34 Il referendum, in costituente, fu giustificato da Calamandrei: “Viene un momento in cui il rappresentante tradisce il rappresentato, e in quel momento il rappresentato ha diritto di togliere la rappresentanza”. C’è un surplus di leggittimità della democrazia diretta.

@ 16:36 Almeno il risultato referendario l’abbiamo salvato. Ma è stato abbattuto l’obbigo di privatizzare e abbattuto la possibilità di remunerazione del capitale investito. Ma non è stato introdotto, e sarebbe stato il terzo quesito del referendum non passato, l’obbligo di trasformazione delle SpA in altro: l’SpA è il DNA del profitto, come può gestire i Beni Comuni? Questo è schizofrenico. Una struttura che è obbligata ad andare dove c’è profitto.

@ 16:42 È una struttura istituzionale che ti obbliga a non essere eticamente orientato. Ma tu governi qualcosa che non può stare sotto questa logica.

@ 16:43 Oggi i Comuni, quindi, posso fare la scelta di cosa fare. Se usare una SpA o un’altro tipo di struttura. E quasi universalmente si tiene la SpA. A Napoli c’è stata la possibilità di farla questa trasformazione. In realtà, questo sarebbe dovuto avvenire automaticamente dopo un esito referendario di questo tipo: costruendo una nuova forma istituzionale. Ma non è avvenuto.

@ 16:45 A Napoli abbiamo dovuto quindi arangiarci con quello che c’era, e abbiamo trovato l’azienda speciale di diritto pubblico, usando la sua autonomia statutaria, inserendo nel DNA stesso della organizzazione i principi dei Beni Comuni. Oltre ai soli “conti”. Obblighi che metti agli amministratori, sul lungo periodo. Inserendo, quindi, anche valori di tipo sociale. Ma questo non puoi farlo in una struttura societaria.

@ 16:49 Con mille peripezie siamo riusciti a fare questa trasformazione. Però poi il problema è implementare una cultura dei Beni Comuni dentro la struttura operativa. Ora andiamo avanti su questo: coinvolgendo i lavoratori, con rapporti diretti. E inserendo un comitato di sorveglianza: un parlamentino. Rappresentati degli utenti, degli ambientalisti, dei lavoratori e dell’amministrazione comunale. Stiamo alvorando per trasferire lì il controllo, dove dovrebbero essere rappresentate le istanze di tutti. E lì diventa anche un luogo di studi. Bisogna verificare che il governo dell’Acqua come Bene Comune sia davvero generativo di Beni Comuni.

@ 16:52 Inserendo, ad esempio, una matrice dei Beni Comuni, un bilancio in “partita tripla” capace di misurare anche gli aspetti di tipo sociale, e non solo quelli economici, inserendo una metrica valutativa e di controllo di tipo partecipato. E questa è la frontiera istituzionale nuova: gestire i Beni Comuni, tutti i Beni Comuni, in questo modo, partecipato, e che tenga conto di tutti gli aspetti gestionali, non solo quelli del “pareggio di bilancio”.

Interventi dei/delle partecipanti

Loredana Aldegheri

Mi ha colpito molto il riferimento al bene delle generazioni future ma con un legame con ciò che di buono abbiamo avuto dalle generazioni passate, la visione grande, di lungo termine. Cosa dovremmo fare per recuperare questa visione?

Ugo Mattei

Spesso quando facciamo questi discorsi veniamo tacciati di essere utopisti. In realtà se guardiamo alla realtà, è utopistico pensare che tutto si risolva nel qui e adesso, è mettere la testa sotto la sabbia. E’ utopistico pensare ad una crescita infinita con risorse finite, anzi il nostro modello di sviluppo sta precipitando e tutti però dicono ancora “stiamo volando”. E’ solo con la rivoluzione cartesiana e scientifica che l’ uomo si separa rispetto all’ ambiente, prima il legame con la natura, con le generazioni passate e future era sempre stato percepito. Oggi invece si è perso, soprattutto tra chi ci governa, che è interessato principalmente a farsi rieleggere, non ad attuare il programma che aveva presentato. Oggi comunque dobbiamo capire che la vera partita si gioca nel mondo economico, non politico, è lì che le persone devono iniziare a farsi sentire inserendo anche l’ orizzonte di lungo periodo. La vera politica è nel come si sta insieme nei territori e questo è legato a come si gestiscono i beni comuni. Io sto, con altre persone, creando Federcommon, in opposizione a Federutility che gestisce le utilities pubbliche. Con Federcommon vogliamo costituire soggetti che vadano a controllare appunto ciò che fa Federutility.

Mario Gritti

Sono disorientato dalla tua affermazione per cui la politica si fa ora nel mondo economico. Nel gruppo Maschile Plurale troviamo che il luogo della vera politica si trovi nella relazione. Abbiamo bisogno di un percorso politico, collettivo, che ci porti a pensare che il mio bene si inserisce nel bene collettivo, ma è un percorso che dobbiamo fare nelle pratiche.

Ugo Mattei

Io penso che si debba partire sempre dalla consapevolezza che siamo individui, tanto più considerando il fatto che siamo inseriti in una civiltà individualista. Poi però, sono d’accordo, bisogna fare il passo ulteriore di vedersi come parte di una collettività e quella è la consapevolezza che chi entra nelle istituzioni, politiche e soprattutto economiche, dovrebbe portare con sé.

Stefania Barlottini

La ringrazio per averci mostrato che il diritto si muove, che può essere dinamico. E le chiedo, come giovani come possiamo smentire l’affermazione di Calamandrei per cui “i rappresentanti tradiranno i rappresentati”, come innovare le istituzioni per portarle a capire che devono perseguire il bene comune?

Maria Teresa Giacomazzi

Mi lego alla domanda di Stefania e ringrazio per l’ energia che ci stai trasmettendo. Anche noi pensiamo che sia necessario sperimentare e la nostra esperienza è sempre stata un interrogarsi su come usare il diritto al meglio per le nuove frontiere che stiamo aprendo, anche nell’ economia. Sento che è ancora questa la sfida del presente e giuristi che si mettono a disposizione sono davvero preziosi.

Ugo Mattei

I modi per fare militanza politica sono tanti, ogni età ha il suo modo. I giovani portano spesso delle azioni di rottura, io invece per esempio sono in una fase della mia vita in cui preferisco dare il mio contributo in altro modo. Ma ognuno può trovare il suo modo, l’ importante è esserci sui territori.

I commenti sono chiusi.