Lucia Vantini: il master in diretta!

Lucia Vantini: il master in diretta!

Seconda “tappa del master”, a partire dal brano evangelico: Salvare/perdere la vita: “quale vantaggio c’è che un essere umano guadagni il mondo intero e perda la propria vita?” (Mc 8,36)

Loredana:

@ 15:38 Oggi ci parlerà Lucia Vantini, teologa ma anche filosofa ed antropologa, che è esperta studiosa della figura della donna nella religione. Il titolo dell’intervento: “Salvare/perdere la vita”, uno spunto dal Vangelo di Marco su cui riflettere.

Lucia:

@ 16:26 Credo sia evidente a tutti che questa crisi economia ha stritolato ognuno; ma la differenza sono le relazioni. Sono coloro che hanno saputo immaginare un dopo che hanno resistito; la crisi ha scoperchiato una solitudine di molti che poi non hanno resistito.

@ 15:41 Il titolo viene dal Vangelo di Marco, contesto narrativo per il mio intervento. Il contesto biblico lo tratto non come confessionale, ma parto dal tessuto del testo. La Bibbia è, per chi crede, un testo ispirato, ma è anche un  testo “ispirante” e quindi può essere usata come spunto di riflessione.

@ 15:44 Importante è lo stile, che è “il modo in cui si abita il mondo”. Qui c’è qualcosa cheinterpella: è uno stile che ci interpella, a partire da ciò che siamo.

@ 15:45 Il bello è che qui lo stile non viene insegnato, non c’è trattazione teorica. Si chiede coinvolgimento. Il testo è pieno di un simbolico dinamico; si parte dalla strada, come ricerca di un qualcosa d’altro, per trovare qualcosa di più rispondende all’io profondo.

@ 15:47 Il tema della strada è molto presente, viene richiamato di continuo. Gesù è sulla trata che chiede “chi sono io?”; come se non fosse possibile conoscere qualcuno senza aver condiviso un pezzo di strada assieme.

@ 15:48 Gesù continua a stimolare questo stile del coinvolgimento dei discepoli.

@ 15:50 Questa è la strada che porta Gesù all’epilogo drammatico, e qui Gesù cambia il centro del suo messaggio. Non è più la speranza, ma Gesù predice tre volte l’epilogo, e trova la resistenza dei discepoli, che non sembrano accettare questa narrazione / predizione, c’è una resistenza. E si rende necessaria una nuova istruzione, per riprendere il cammino anche là dove si va verso l’epilogo negativo.

@ 15:51 In Pietro diviene evidente quali sono le resistenze umane a questo cammino che era stato inteso come “di gloria”, ma che sembra cominciare ad assomigliare ad un binario morto. Le resistenze di Pietro è emblematica.

@ 15:53 Pietro rimprovera a Gesù il fatto di parlare di Croce; lo vede come “disfattista”, non sopporta che quello che è stato per lui il Maesto si faccia prendere dalla sfiducia e dalla sensazione che il Bene soccomberà al Male. Di qui la resistenza di Pietro; non tollera questo, che vede come ferita.

@ 15:54 Gesù è molto duro. Dirà: “Vade retro, Satana!”. Lì vede che c’è qualcosa che comprometterà il senso di tutto. Vade retro significa “mettiti dietro”. Ovvero “torna a seguirmi nella logica che ho insegnato”.

@ 15:55 Finora Pietro era visto come modello. Era quello che aveva espresso la più ampia fiducia. Aveva testimoniato di aver capito tutto il messaggio.

@ 15:57 Qui Gesù mostra come non abbia realmente capito. Mette in discussione i risultati che pensa di aver già guadagnato Pietro, che non accetta la ferita.

@ 15:59 Pietro deluderà tutti, compreso sé, e finirà con il pianto, che è un po’ la negazione del pensiero.

@ 16:00 Il problema è il binomio “bene-fragilità”: non sopportano che il Bene possa subire sconfitta. Resta una sorta di aggancio a preconcetti, incentrati sulla logica potere.

@ 16:01 I discepoli, maschi, sono imprigionati nella logica del potere; le donne, invece, sono più consapevoli nel Vangelo. Ricordiamo la donna che unge Gesù, e viene ripresa duramente dai discepoli, che le rinfacciano di aver sprecato una ricchezza che poteva sfamare molti. Gesù la difende, sa che ha capito dove porta la strada. È una premonizione della sepoltura.

@ 16:04 C’è quindi uno stile evangelico del discepolo, che Gesù richiede: rinnegare sé stessi e portare la propria croce.

@ 16:06 Cosa significa “rinnegare sé stessi”? Vuol dire “disfarsi dell’assolutezza dei propri progetti”. Questa idea è una presa di distanza dalla rigidità. Assoluto vuol dire “sciolto”, autoreferenziale. Lo stilo che viene fuori da qui va in questa direzione. C’è una forma sovversiva di comprensione di sé: il più grande non è chi ha potenza, ma chi serve altri.

@ 16:09 La rinuncia al sé come “sé padrone” non è qualcosa di mortificante, ma deriva dall’incontro con l’altro e dalla disponibilità a mettersi in cammino. Quindi questo rinnegarsi è un rimettersi a disposizione del desiderio, inteso come un qualcosa che ti fa intuire l’altro.

@ 16:10 È quindi riconoscere un essenziale per cui vale la pena vivere la vita. Senza, della libertà e del tempo non sapremmo cosa farcene.

@ 16:13 C’è poi il prendere la croce. Ma la croce non è qualcosa che capita dall’alto, è una cosa che va raccolta dal basso. C’è la dimensione della scelta, e dell’iniziativa.

@ 16:14 Nella croce c’è la libertà. Nel dolore c’è la prospettiva di andare verso il nuovo.

@ 16:15 In questo stile c’è coerenza tra pensiero, parola ed azione. È una grande pretesa.

@ 16:17 Il testo ci chiede di metterci al posto degli altri senza mai allontanarci dal nostro. Il senso della regola d’oro “Fai agli altri ciò che vorresti sia fatto a te”.

@ 16:19 Con Maria Zambrano, quando l’altro entra nell’io siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione. C’è uno scambio fecondo. Maria Zambrano sostiene che quando si mette in ordine la propria vita, si sta mettendo in ordine anche il proprio mondo. C’è una potenza trasformativa nel sistemare sé stessi, anche nello spazio pubblico. La tesi è che c’è continuità tra ciò che siamo e il nostro porci nello spazio pubblico. È fare politica.

Loredana:

@ 16:23 È una riflessione che alla Mag e nelle Imprese Sociali facciamo. Il mondo ci riconosce o siamo solo a supporto, a tamponare? Noi siamo convinti che la nostra scelta abbia un effetto, e speriamo sia riconosciuto, ma la riflessione è aperta.

Lucia:

@ 16:26 Credo che sia sotto gli occhi di tutti che la crisi ha stritolato molti, ma la differenza sono le relazione. Resiste chi riesce a vedere il dopo. La crisi ha anche scoperchiato la solitudine di tanti che hanno patito.

@ 16:28 Geremia, profeta dell’Antico Testamento, nel momento più pungente dell’inverno, sente una voce che gli chiede: “Cosa vedi?”. E lui: “Vedo un ramo di mandorlo”. È un simbolo di speranza, di un nuovo inizio in un mondo che sembra morto. E nel testo originale c’è un gioco di parole, che richiama il concetto di custore. Il dovere di custodire questo nuovo che riusciamo a intercettare.

@ 16:31 È un nuovo che emerge in un contesto freddissimo. Il bene non è sempre padrone; ha una sua forma di fragilità. Questo nuovo ha un prezzo altissimo, che sta nella forza dell’amore.

Alcune domande per riflettere:

  • La vicenda di Pietro mostra la fatica di fronte alla fragilità dell’umano, ma anche del divino. Il rifiuto della fragilità lo porta ad allontanarsi:
    • Dalla verità di sé;
    • Dalla verità dell’altro;
    • Dalla verità della situazione: è su una strada, ma non comprende dove questa porti e non si lascia mettere in movimento.

Che cosa significa, oggi, fuggire dalla fragilità?

  • «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso» (Lettera ai Romani 14,7).

Quando rinnegare se stessi significa dare inizio a qualcosa di nuovo?

  • «Geremia, cosa vedi? Vedo un ramo di mandorlo» (Geremia 1,11).

Come essere vigilanti, custodi della gemma di mandorlo, segno e inizio di un’altra primavera?

  • «Si fa politica ogni volta che si pensa di imprimere una direzione alla vita»(Maria Zambrano, Orizzonte del liberalismo).

Lavorare su di sé per modificare il contesto?
Coinvolgersi nella trasformazione del mondo porta a trasformazioni del sé?

I commenti sono chiusi.