Federica Giardini e Laura Verga: il master in diretta!

Federica Giardini e Laura Verga: il master in diretta!

Quarta tappa del Master: oggi intervengono Federica Giardini e Laura Verga. Oggi si parla dell’esperienza del Teatro Valle, esperienza di rigenerazione urbana e di reinvenzione dell’autogestione. Questo si ricollega in qualche modo all’origine della MAG.

Laura

@ 15:50 Parto da un gioco di parole: “Fondazione Teatro Valle Bene Comunque”. Questo perché il Prefetto non ha riconosciuto la Fondazione. Questo ci ha bloccato ma ci ha anche fortificato. Siamo partiti il 14 giugno 2011, col coraggio di entrare nel Teatro Valle. Da quelli che dovevano essere tre giorni di protesta siamo arrivati a oggi. Doveva essere una protesta per evitare un processo di privatizzazione di un ente pubblico, l’ETI.

@ 15:54 Eravamo forti del risultato del referendum che ha stabilito che l’acqua debba essere un bene comune. Siamo partiti dalla riflessione pubblica, dal dibattito, dalla necessità di mettere in parola quello che stavamo facendo.

@ 15:56 Per noi il teatro è vita. Abbiamo cercato di dare vita ai nostri sogni.

@ 15:57 Fondamentale è stato l’incontro con Ugo Mattei. Abbiamo quindi ragionato sui Beni Comuni, e sulla Cultura come Bene Comune per cui lottare. Di lì l’idea di avviare un processo costituente collettivo per trasformare l’occupazione in qualcosa di più.

@ 15:59 Abbiamo voluto sottilineare che siamo lavoratori e lavoratrici; spesso si crede che nella cultura non ci sia lavoro. Ma spazi come questo hanno un valore.

@ 16:00 Il processo è stato collettivo, anche per lo statuto. Dalle assemblee alla piattaforma online. Ma la faccio breve, sono 3 anni di occupazione, che però equivalgono a 30 anni di vita. Ora siamo arrivati ad un Notaio che ha autenticato l’atto; ma non c’è stato il riconoscimento. Perché? Perché siamo “illegali”, ci notificano che non abbiamo diritto alla proprietà sul teatro; noi ci abbiamo messo la sede, ma non ne abbiamo mai rivendicato la proprietà, lo consideriamo un bene pubblico.

@ 16:02 Noi siamo custodi del teatro; come deve avvenire per i Beni Comuni.

@ 16:03 Abbiamo cercato il dialogo, ma non l’abbiamo trovato. All’estero ci considerano esempio, in Italia ci considerano terroristi.

@ 16:04 Sono oltre 5.000 i soci e le socie fondatori/trici, da tutta Italia. Per la convinzione che servano spazi liberi. Non consideriamo il Valle un teatro occupato, ma un teatro liberato.

@ 16:07 La Fondazione è un lascito della lotta, uno strumento. Perfezionabile. Perché ci siamo lasciati la possibilità di sbagliare.

@ 16:08 Non possiamo scappare da un’economia di qualche tipo, ma è necessario dare un nuovo senso a questo parola. Per noi parte del Capitale della Fondazione è fatto dalle persone, dalle competenze, dalle relazioni.

@ 16:10 La base di ogni lavoro dovrebbe essere l’averlo scelto perché piace, non una costrizione. Noi abbiamo un minimo garantito, che poggia su un fondo mutualistico. Noi proponiamo una “quota di complicità”, noi diamo un suggerimento sul biglietto d’ingresso, chi può dare di più lo fa, ma non è dovuto: un teatro dovrebbe essere un posto dove l’accessibilità è garantita a tutti.

@ 16:15 Ma l’accessibilità non dipende dal valore. Il Valore è molto più grande. Il punto è che assieme si riesce a sostenere il tutto.

Federica

@ 16:17 Questi sono percorsi in cui c’è la materialità dell’esperienza. Conta anche l’agire fattuale, e le passioni che comporta. C’è il coraggio fisico di entrare nel teatro.

@ 16:20 La messa in gioco fa venire fuori delle cose impreviste.

@ 16:21 Io sono stata coinvolta fin dall’inizio, ma in una posizione diversa. Questa è un’occupazione diversa: non è stata una presa corporativa, ma di cittadinanza. Un nuova agorà.

@ 16:23 Ogni persona aveva biografie diverse, e quindi diversi linguaggi. Non c’era una lingua comune, ma c’era l’intelligenza di chi lavora sul rapporto tra ciò che si dice e l’esperienza. Il legame tra parola e corpo. Così si è fatta dell’autoformazione sul linguaggio, a partire dalla decolonizzazione del linguaggio, perchè molta causa di infelicità è che le nostre parole arrivano da altri.

@ 16:26 Illegalità è lo spazio in cui una lotta può avanzare, senza che sia un pericolo sociale. Questo in Italia è possibile per la storia delle lotte.

@ 16:27 Occupazione, riappropriazione e restituzione.

@ 16:28 Occupare significa: “Non sono proprietario, ma vado comunque in nome di altri criteri”. C’è un’atmosfera di gioia. Questa dimensione di essere insieme produce di per sé degli effetti di ritorno di energie.

@ 16:30 C’è stata una finezza però nel pensiero politico. Di qui, occupazione non era sufficiente. Quindi subito si sono affacciate le parole riapprorpiazione e restituzione.

@ 16:32 “Siamo qui perché accada qualcosa d’altro rispetto alla privatizzazione”. Riappropriazione, cioé tornare sulla ridefinizione dei processi in cui si decide cosa si fa lì dentro. E questa apertura ha anche svincolato il teatro da un processo consumistico dello spettacolo. Si è riaperto ad una situazione di cittadinanza, e di partecipazione. Un’agorà. Una cultura rigenerata da cittadini e cittadine che si ritrovano lì.

@ 16:34 E di qui la terza parola: restituzione. Non è la gestione di un gruppo. Qualcosa che era pubblico ma aveva perso la sua vocazione, è stato preso e restituito al pubblico. Ci si riapprorpria dei criteri fondamentali di giudizio.

@ 16:35 Queste tre parole dicono di un processo che si è svolto in quest’ottica. Un processo di condivisione, di riattribuzione di valore al lavoro materiale.

@ 16:37 Pe i giuristi i beni comuni sono una categoria del diritto. Dall’esperienza abbiamo scoperto che i Beni Pubblici esistono ma sono svuotati dall’interno; i Beni Comuni lo sono a seguito di un’azione che lo investe. Questo mette i Beni Comuni in un diverso rapporto col diritto, che deve essere all’atezza di questo che accade.

@ 16:39 Ma capacità regolativa non è solo il dirtto, ma anche le relazioni. Dinamcihe. Che sostengono il diritto. E con questos to dicendo “politica” in un altro modo.

@ 16:42 Veniamo all’economia; spesso si confonde questa con il monetario. Ma sono tante le attività non monetizzabili che sono fondamentali. Le forme economche dominanti hanno stabiliti che sia pagabile solo ciò che è monetizzabile. Noi invece cerchiamo di mettere a valore tutto questo, anche se non ricade sotto il denaro. Non necessariamente c’è un compenso. L’economia a questo punto diventa non solo il monetario, ma le forme di relazione e di azione attraverso si permettono vite degne. C’è il monetario, ma non solo.

@ 16:45 C’è una tensione politica a ridefinire l’economico. La sfida è di non eludere ciò che è monetario, ma di non mettersi nemmeno in quelle forme di volontariato e di autosfruttamento che sta nella delega della risposta ai bisogni. La grande scommessa è questa, sull’economia, e va al di là del Valle. È una riappropriazione che non tutto sia statuale, ma non nella dimensione della dismissione e della delega svalorizzante.

Laura

@17:25 E’ un’ esperienza che doveva durare tre giorni…ma passati i tre giorni c’era la fila di persone che volevano partecipare, così abbiamo continuato e ora sono 3 anni!

@17:30 Siamo un gruppo “a cipolla”, il nucleo storico e duraturo è costituito da 30 persone circa, ma molte altre poi sono quelle che nei vari periodi si avvicinano a noi.


Interventi dei/delle partecipanti

Maria Teresa Giacomazzi

Sento molte affinità tra la vostra esperienza e quella di Mag, a partire dall’ origine nell’ occupazione, per passare poi per il bisogno di senso, che sentiamo come una necessità e che ci spinge ad andare avanti nel nostro lavoro. Poi anche alla Mag siamo sempre impegnati a cercare e ad inventare forme giuridiche in cui far rientrare idee e attività innovative che il diritto ancora non riconosce. Altro grande capitolo è quello del “punto di equilibrio economico”: l’esperienza che si fa è troppo grande e ricca da tutti i punti di vista per essere monetizzata, ma dall’ altro lato deve essere monetizzata per permettere una vita dignitosa per chi ci lavora…è difficile trovare il punto di equilibrio.

Mario Gritti

Vi ringrazio perché ci state dando consapevolezza su cos’è in concreto un bene comune.

Ma vi chiedo anche, avete visto percorsi che mettono in discussione il proprio corpo e la difficoltà a metterlo in parola? Gli uomini sono stati protagonisti o hanno avuto paura?

Milena Giacometti

L’ esperienza è sicuramente affascinante, ma mi preoccupa quanto può durare un’esperienza del genere, perché purtroppo anche l’aspetto economico conta e mi dispiacerebbe che un’esperienza del genere andasse persa.

Valeria Gasperi

La vostra esperienza è molto utile per insegnare ai ragazzi l’importanza dell’ uso della parola, perché rende per loro tangibile un tema così importante.

Federica Giardini

Il tema della presa di parola  è molto importante per noi, è difficile farlo quindi è normale per noi “balbettare”, ma è partendo dal balbettio che si arriva a poter prendere parola. E tutti ci possono provare.

Laura Verga

Effettivamente devo dire che molte donne, più che uomini, hanno avuto un ruolo determinante nella fase iniziale, per la loro capacità di ragionare “su più livelli”. Il nostro gruppo però ora è molto eterogeneo, uomini, donne, giovani e meno giovani, ma non c’è prevaricazione né vittoria di nessun “gruppo” sull’ altro. Nelle nostre assemblee poi non si vota per maggioranza ma per consenso, cioè ognuno è chiamato ad esprimere la sua opinione che quindi viene presa sempre in considerazione.

Maria Teresa Giacomazzi

Vorrei rispondere a Milena: queste sono esperienze che se valutate secondo i canoni del business plan risultano spesso insostenibili…l ‘esperienza invece ci insegna che non è così (vedi la Ca’ Verde) e che c’è un valore che va oltre quello monetario.

Desiré Urizio

A me ha stimolato molto l’ uso della parola “cultura”. A Venezia c’è una biblioteca dentro villa Erizzo, che essendo molto accogliente è diventata meta anche di poveri, senza tetto, drogati… A nessuno è venuto in mente di mandarli via, ma piuttosto di cominciare a considerare quel luogo di cultura anche come un luogo sociale, è verso questa commistione che credo dobbiamo andare.

Paolo Garbellini

Forse non sarà la nostra generazione a godere dei frutti di questo percorso, ma va bene agire anche in questa prospettiva, in fondo noi stiamo godendo dei frutti della generazione che ci ha preceduti.

Sandra De Perini

Vorrei sapere da voi qual è il rischio di questa esperienza? E poi, spesso gli artisti sono criticati per il loro narcisismo…qui invece gli artisti hanno avviato una trasformazione profonda di sé: ci sono stati ostacoli?

Laura Verga

E’ vero, come artisti siamo abituati a coltivare un po’ il nostro orticello, il nostro spazio, ma poi lavoriamo tutti insieme proprio come in uno spettacolo. E ci stiamo esercitando tutti a “stare sul palco”, cioè a fare la nostra parte, anche non “sotto i riflettori”, mettendo da parte il narcisismo.

Barbara Zanoni

Come fate ad usare il principio della condivisione? Com’è possibile prendere una decisione?

Laura Verga

E’ vero che è più difficile però così tutti prendono parola, anche chi per sua indole è più timido o accondiscendente. E allo stesso tempo porta ognuno a prendere più in considerazione l’ opinione dell’ altro.

Loredana Aldegheri

Vedo una consonanza tra Teatro Valle e Mag: io spero che la Mag vada avanti come esperienza politica, ma il di più sta nel fatto che mettiamo in gioco il lavoro, che come tale deve essere remunerato. Per questo abbiamo dovuto inserire il discorso economico in quello politico. Il nostro guadagno è tanto un guadagno non monetario, di senso. Dall’ altro lato, anche quando abbiamo un guadagno economico ci dispiace se non viene colta e riconosciuta anche la dimensione di valore. La sostenbilità economica quindi è importante, ma sta dentro a qualcosa di più grande, cioè dentro al senso politico.

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