Federica Giardini: “Teatro Valle Autogestito”

Federica Giardini: “Teatro Valle Autogestito”

L’UNIVERSITÀ VA AL TEATRO VALLE per aiutare
a TROVARE LE PAROLE della nuova esperienza autogestionaria

Intervista alla prof.ssa Federica Giardini a cura di Loredana Aldegheri (da A&P 01/2012)

Loredana Aldegheri: So che stai lavorando con una realtà (Teatro Valle che era destinato alla deriva). Hai visto attivarsi un processo?

Federica Giardini: Il 14 giugno 2011 un gruppo di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo ha occupato il Teatro Valle, teatro storico al centro di Roma, a due passi da Largo Argentina. Pochi giorni dopo sono stata contattata da Isabella Pinto, studentessa di La Sapienza con cui avevo già lavorato sulla cultura come bene comune. L’incontro è nato dal bisogno circolante di “decolonizzare il linguaggio”. Tanti e diversi, spesso abituati a un mestiere che spinge all’individualismo e che si nutre di parole come “merito” ed “eccellenza”, le e gli occupanti del Valle hanno voluto fare un lavoro sulle parole per dire l’esperienza che stavano iniziando. Quell’incontro è poi proseguito in un corso – ho spostato il corso di Filosofia politica al Teatro – sulle narrazioni del presente. Abbiamo ripreso la pratica della discussione circolare su un tema che faceva incontrare il lavoro precedente sulle parole per dirsi, l’insegnamento che svolgo e l’attività di drammaturgia che il Teatro sta elaborando.

LA: Cosa hai visto ? Chi hai visto agire ? Quali moventi si sono manifestati nei diversi momenti: occupazione, analisi del contesto, ricerca di alleanza/relazioni? Quali proposte inedite che hanno preso corpo ?

FG: Comincio proprio dalle parole. Occupare è una pratica dei movimenti, una pratica conflittuale, che rimanda – nelle discussioni del Teatro Valle Occupato (TVO) – anche all’occuparsi, all’aver cura. Non è un caso che tante referenti dell’occupazione sono donne. Questo punto è forse il più interessante di tutti: penso al pensiero che molte dispiegano oggi sul tema della cura. Aver cura significa anche respingere – attivamente – l’idea dominante che all’incuria del pubblico si risponde con la privatizzazione. E’ un cortocircuito fondamentale: la cosa pubblica è di nessuno, diventa inutile, mal gestita, dispendiosa, dunque la si dà a un privato che ne farà un uso più responsabile. Forse, ma questa eventuale responsabilità nasce dall’esigenza di fare di quel bene qualcosa che dà profitto. La risposta politica del TVO, ma anche dei tanti altri luoghi che adottano pratiche simili – dai comitati per l’acqua alle e ai No Tav della Val di Susa –, interviene proprio su questo processo e lo interrompe: da cosa dello stato a cosa comune, senza passare per il privato mercantile.  Credo sia molto importante per la politica delle donne pensare alla cura come a una famiglia di pratiche conflittuali e creative, per generare, rigenerare un ordine più giusto.

LA: Cosa di quella esperienza fin qui realizzata può essere interessante per migliorare la “gestione della cosa pubblica” spesso costosa e scollata dalla cittadinanza ?

FG: L’idea di bene comune – il TVO ha lavorato con Ugo Mattei, uno degli autori del quesito referendario sull’acqua  – è la bussola perfetta per vivere questi tempi senza farsi catturare dal dilemma tra miseria e competitività economica. Il bene comune esiste solo in virtù delle pratiche che lo generano – così il Teatro è passato da bene pubblico-statuale in dismissione a bene comune -, è ricominciare dallo stare insieme, dall’imparare a distinguere e mettere in parola i veri bisogni – e non quelli indotti – e inventare i gesti quotidiani, le azioni politiche, le campagne, per costruire effettivamente, da subito, un modo diverso di stare in relazione con altri, altre e con ciò che riteniamo indispensabile.

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Box biografico:

Federica Giardini insegna Filosofia politica all’Università Roma Tre. Formata nel pensiero della differenza, collabora con la Comunità filosofica di Diotima. Ha partecipato alla sperimentazione di pratiche alternative con le/gli studenti del movimento dell’Onda (2008). Da allora, lavora politicamente all’incrocio tra pensiero della differenza e politica dei movimenti. Ha partecipato all’occupazione del Teatro Valle, con un percorso di autoformazione sulla presa di parola a partire dall’esperienza. Tra i suoi lavori: L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio (2011).

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