Il miracolo dei mattoni

Il miracolo dei mattoni

Una costruzione femminile di civiltà

del Medioevo Europeo che ispira anche nell’oggi


La narrazione agiografica parla in modo leggendario della nuova chiesa di San Salvatore, che prese il posto della chiesa della Trasfigurazione, in legno.

Si narra che accadde una sorta di moltiplicazione dei mattoni. Una sera i mattoni erano terminati. Dopo una notte di preghiera, Eufrosinija ( oggi patrona della Bielorussia) e le sue monache trovarono al mattino una grande quantità di mattoni nella fornace, così la costruzione poté essere completata. Nell’idea di Eufrosinija di edificare una chiesa in mattoni sul luogo di quella preesistente di legno mi sembra di leggere un bisogno di durata e di sicurezza, incarnato materialmente nel mattone, simbolo di eternità in quel tempo.

La cattedrale del San Salvatore fu realizzata grazie al lavoro delle monache e alle donazioni che Eufrosinija ricevette dalla cugina Zvenislava e dalla famiglia. Si trovava a qualche chilometro da Polozk, sulle rive del fiume Polota, in posizione strategica.

Questa lettura dei fatti potrebbe far guardare oggi al monastero solo come un luogo di rifugio per nobili principesse e all’opera della badessa, come all’azione protettiva verso giovani donne.

Mettendo a confronto gli eventi guerreschi in cui erano impegnati alcuni componenti maschili della famiglia Vseslavič, ho potuto rendermi conto che nello stesso periodo, le donne si dedicavano ad imprese di civiltà, per migliorare e rendere più abitabili le terre di Polozk; in questo contesto certo non facile né incoraggiante, la parola miracolo poteva essere giustificata e tale poteva sembrare all’epoca. La forza di attrazione di Eufrosinija verso la sorella Gradislava, la cugina Svenislava, le nipoti Karima e Olga che arrivarono qualche tempo dopo, stava alla potenza “miracolosa” del suo positivo desiderio di costruire, istruire, scrivere, dipingere, accogliere, ascoltare, consigliare, lavorare e pregare; sostenendo il progetto di vita di Eufrosinija e la sua comunità monastica loro stesse potevano esprimersi e realizzarsi.

La fondazione di un luogo indipendente e autonomo rendeva possibile una presa di distanza materiale e mentale da un modo di vivere e di agire nel mondo che non era da lei e da loro condiviso. Era anche un modo, forse l’unico all’epoca, di sottrarsi alla sessualità maschile, spezzando il comune destino femminile e coltivare la propria personalità in relazione con altre e altri. Il senso che mi sembra di poter dare oggi a questo luogo, insieme materiale e simbolico, va oltre il tradizionale modo di leggere e guardare al monastero come ad un luogo isolato e separato dal mondo. Dai numerosi elementi di cui sono venuta a conoscenza e che la lettrice o il lettore può ritrovare nel corso della ricerca, è prevalsa nella comunità governata da Eufrosinija la visione di un luogo spirituale, non di costrizione però, dove non fossero bandite l’agiatezza, la cultura e l’intelligenza.

Dall’attività riconosciuta di Eufrosinija, la testimonianza più considerevole fu la cattedrale di San Salvatore ex Trasfigurazione di Dio, oltre alla famosa croce, di cui parlerò presto.

Secondo gli storici dell’architettura, che la datarono attorno alla metà del XII secolo, questa opera ha fatto epoca nella storia dell’arte della Russia Occidentale. È stata classificata come monumento nazionale di valore storico. L’approccio internazionale della badessa alle problematiche culturali e religiose, lo vediamo, dice Garoška, nello stile stesso della cattedrale. Per la prima volta nella cultura bielorussa si mescolarono lo stile bizantino e lo stile popolare locale, cioè la tecnica dell’affresco bizantino abbinata alla tecnica architettonica russa.

“L’esterno aveva l’aspetto di un parallelepipedo in pietra, l’interno a forma di croce aveva una sola cupola e un piccolo sagrato; le volte a scatola erano sostenute da quattro colonne unite da archi.  I  cori di pietra arrivavano fino al centro dell’edificio ed erano sostenuti da due colonne. Al centro della cattedrale si trovava la cupola illuminata da strette e lunghe finestre. L’altare era formato da tre parti: in quella centrale si trovava il trono, a destra la riznitza (sacrestia), a sinistra un altare aggiunto (proskomidia). A destra e a sinistra dei cori sono collocate due piccole celle a forma di croce, in cui, secondo la tradizione, andavano a raccogliersi in preghiera Eufrosinija e la sorella Eudokia.

Dalla finestrella rotonda, nella spessa pietra, si apriva al suo sguardo la grande vastità dei campi, dei prati e dei boschi lontani e all’orizzonte la città con le sue chiese e la casa dei genitori”.

Sicuramente la chiesa si è conservata fino alla fine dell’Ottocento, come dice lo storico Aleksandr Sapunov, che ci dà alcune notizie sulle vicissitudini del monastero di Eufrosinija dalle origini fino alla fine del secolo scorso. Ci racconta che “l’iconostasi (tramezzo di divisione tra celebranti e fedeli), nell’antichità, era in pietra e degli antichi affreschi non era rimasto pressoché nulla e solo attraverso strati di numerosi restauri si intravedevano le tracce della decorazione di cui era riccamente ornato l’interno”.

Oggi sappiamo che fu distrutta nel 1942 durante la seconda guerra mondiale.

Testo tratto – a cura di A. De Perini – dal saggio di Laura Minguzzi “Eufrosinija la pura”, in A.A.V.V. Libere di esistere. Costruzione femminile di civiltà nel Medioevo europeo (SEI , Torino 1996)